sabato 1 marzo 2008
sabato 5 gennaio 2008
Nuove regole per l’ammissione all’Università a numero chiuso
mercoledì 14 novembre 2007
Contesto economico e politico sulla globalizzazione ai fini degli investimenti nel Real Estatedi Gianni Profita

Il mercato immobiliare di Manhattan di Gianni Profita

Il credito per l'acquisto nel real estate a New York, di Gianni Profita

Quadro dettagliato dei costi complessivi nel real estate di New York di Gianni Profita

Simulazione sintetica sulla redditività dell'investimento in real estate a New York di Gianni Profita
mercoledì 13 giugno 2007
Gianni Profita sul mercato dell'Arte Contemporanea declinazione del mercato audiovisivo



giovedì 19 aprile 2007
Progetto di Legge di Riforma dell'Università
giovedì 29 marzo 2007
Università: Mussi decreta (28 marzo 2007)
1) massimo 20 esami per le lauree triennali
2) massimo 12 esami per le lauree magistrali (sarebbe il +2 del 3+2)
3) metà delle docenze affidate a professori di ruolo o ricercatori
Questo per porre un freno al folle proliferare del numero degli esami dei vari corsi di laurea. Un provvedimento saggio, accorto e avveduto. Il problema però è un altro.
L’università ha dovuto fronteggiare una riforma, quella passata, che era nata con lo scopo di rendere più agile il sistma dei corsi di laurea, di consegnare al mondo del lavoro persone laureate dopo solamente 3 anni di studi, in grado di ricoprire un ruolo intermedio tra chi si laureava in 5 anni e chi invece preferiva fermarsi al diploma.
Gli scopi di tutto ciò sono sempre nobili. Peccato che a scopi così nobili non siano susseguiti fatti all’altezza.
36 esami in 3 anni. Non è una cosa possibile.
25 esami in un solo anno. Non è una cosa possibile.
Laurearsi in 3 anni era possibile anche prima. Pochi, infatti, sono a conoscenza dell’esistenza dei vecchi “Diplomi di laurea”. Erano dei corsi strutturati in 3 anni, alternativi alla laurea quinquennale vecchio stampo. Questi tipo di corsi non ebbero successo. La figura intermedia non interessava nessuno. Già qui uno poteva avvertire puzza di bruciato.
Si è passati poi con le successive “nuove” riforme dalle lauree specialistiche alle lauree magistrali. In poco più di due anni si è cambiato nome. Perchè? Avete sentito del famoso percorso a Y? Primo anno uguale per tutti, poi a seconda che uno sceglie di fermarsi ai 3 anni o di proseguire fino ai 5 gli esami da sostenere sono diversi già dal secondo anno? Questo è stato fatto dopo. Infatti in origine, la riforma non distingueva gli esami per i primi 3 anni per chi avesse intenzione di proseguire col +2 e chi invece di fermarsi.
Questi sono tutti i rimasticamenti che si sono avuti anno dopo anno per raggiungere un solo obbiettivo: tornare al vecchio sistema. Si, avete capito bene.
Il nuovo sistema non serve a nulla, piano piano tutti si stanno accorgendo che la vecchia laurea funzionava meglio: più tempo per apprendere, esami più corposi ma meno numerosi, pochi percorsi strutturati in maniera coerente. Gli esamini spezzati non giovano allo studente. Da un vecchio esame ne sono stati ricavati almeno due se non adirittura tre.
E’ chiaro che la frammentazione è stata deleteria per tutti.
Fatto sta che il nuovo decreto sembra riportare sulla corretta via tutto il sistema, ridando all’università un pò del suo vecchio carattere che ormai si stava perdendo, carattere forse un pò obsoleto, ma sicuramente storico e massiccio, contro un leggero spirito “libertino” e imprenditoriale che si è cercato di diffondere con le recenti riforme che male si accompagna alle persone che lavorano nelle nostre università" (Contributo di Pignolo).
Fonte: http://www.bloggoverno.net/2007/03/28/universita-mussi-decreta/
mercoledì 21 marzo 2007
LA LEVA FISCALE A SOSTEGNO DEL CINEMA - Intervento di Gianni Profita al seminario del GPA marzo 2007
(nella foto l'incontro di Bruxelles degli Esperti dell'Audiovisivo)Fino a poco tempo fa le pre-vendite televisive costituivano circa il 30-35% del finanziamento di un film: la riduzione o spesso il venir meno di tali fonti di finanziamento lascia un notevole vuoto che deve essere colmato.
All’interno dei singoli sistemi normativi nazionali a sostegno delle attività cinematografiche sono previste forme di aiuto pubblico da parte di enti territoriali e politiche di sostegno attraverso meccanismi ed agevolazioni di natura fiscale.
Si tratta di sistemi notevolmente diversificati da Stato a Stato. Ciò crea non poche difficoltà soprattutto ai progetti di coproduzione europei, che non devono solo attenersi ai trattati bi-laterali fra gli Stati o alla Convenzione Europea, ma devono anche tentare di armonizzare sistemi di diversa natura.
Malgrado i meccanismi fiscali in Europa siano profondamente diversi tra loro, è possibile individuare delle tipologie comuni in base:
1. ai criteri per ottenere i benefici fiscali prendendo in considerazione la nazionalità del film (UK, B) o le spese territoriali in industria e mano d’opera (Irl; Lxb, B), piuttosto che le spese in “equity” (Germania)
2. ai vantaggi fiscali concessi agli investitori, dal semplice credito d’imposta sugli investimenti (UK, D) a reali benefici di tipo fiscale (Irl)
3. alle clausole di cessione dei diritti che legano gli investitori ai produttori
4. al livello di garanzie che gli investitori esigono dai produttori relativamente ai finanziamenti al film già in produzione, e il livello di rischio degli investitori.
I meccanismi fiscali potranno svolgere un ruolo fondamentale per la crescita e il rafforzamento del mercato audiovisivo sviluppando un approccio coerente dal punto di vista delle norme sulla concorrenza, rivedendo i trattati bilaterali tra gli Stati Membri e introducendo delle clausole di reciproco accesso ai sostegni fiscali degli Stati Membri.
In Europa il finanziamento di opere cinematografiche è fondamentalmente legato ai fondi statali. Questa forma di sostegno attraverso prestiti concessi su base selettiva (valutazione del progetto) o automatica (legata alla performance del film al botteghino), crea delle specificità in termini di strutture finanziarie dei progetti e delle aziende audiovisive, che non devono essere trascurate.
Il mercato finanziario europeo è caratterizzato da una capacità di prestito relativamente limitata a causa di uno scarso livello di competenza delle banca ma anche per il timore di incorrere in errori già fatti in passato.
In questo contesto gli incentivi fiscali per il settore audiovisivo dovrebbero costituire una parte integrante dell’intero sistema finanziario di questa industria.
In vari Stati Membri della UE sono entrati in vigore o sono state proposte forme di incentivazione fiscale per i privati che investono nel settore audiovisivo. Una certa attenzione è stata posta sulla compatibilità di tali misure con le norme europee in materia di singolo mercato e di aiuti statali, ma ciò non esclude che vi possano essere delle distorsioni che possano inibire il mercato.
Affinché le politiche di sostegno all’industria audiovisiva attraverso la leva fiscale abbiano un buon esito, è indispensabile l’esistenza di un’efficiente rete bancaria e finanziaria che fornisca il know-how necessario all’operazione.
In molti Stati Europei è stato introdotto il tax-shelter nell’industria audiovisiva con risultati soddisfacenti in Belgio e Gran Bretagna (dove di recente è stato in parte revocato), ma anche con sostanziali fallimenti nei suoi esiti in Germania e Olanda.
Il tax- shelter nella sua applicazione tecnica è un semplice piano di sgravio fiscale finalizzato ad attirare flussi finanziari in investimenti ad alto rischio. In pratica è un sistema di protezione fiscale che consente all’impresa di investire gli utili detassati nella produzione o distribuzione di nuovi film. Nel settore audiovisivo il tax shelter può essere considerato un aiuto finanziario automatico in quanto l’accesso ai fondi non dipende dalla valutazione del progetto da parte di una commissione, ma basta soddisfare determinati requisiti.
Nelcaso inglese, che può considerarsi paradigmatico, si può operare una distinzione tra:
· TAX CREDITS, vantaggi che interessano direttamente il produttore
· TAX ALLOWANCES, vantaggi di cui gode indirettamente il produttore, attraverso investitori privati.
L’investimento è veicolato da strumenti finanziari (di solito fondi d’investimento) gestiti da un soggetto finanziario (di solito una banca d’investimento). In pratica l’investitore acquista delle azioni del fondo; questo investe denaro in alcuni film in cambio di una percentuale sugli incassi o equity, in base al contributo finanziario dato. Il fondo di solito opera come un fondo comune d’investimento in borsa, attenuando i rischi. L’investitore potrà poi detrarre parte degli investimenti nel fondo dai suoi obblighi fiscali.
Lo sgravio fiscale è previsto sia per le spese effettuate nel paese in cui si trova il fondo, sia per i film aventi la stessa nazionalità del Fondo.
Le banche finanziano l’industria cinematografica attraverso tre mezzi:
a) lo sconto sulle prevendite;
b) equity
c) gap financing (tipo di finanziamento di un film per il quale i diritti di prevendita sul film non coprono il budget).
A differenza del mercato statunitense, per i film europei le banche per lo più vendono sottocosto i contratti dalle prevendite televisive e non forniscono una vera equity o gap financing , a meno che non si tratti di finanziare produzioni statunitensi.
Un’altra differenza tra il mercato europeo e quello statunitense, consiste nell’importanza del sostegno pubblico per il cinema europeo e il finanziamento ai programmi televisivi.
Da sottolineare che nell’ambito del finanziamento al cinema sta assumendo un rilievo sempre maggiore il finanziamento ad un portfolio di film, piuttosto che al singolo film, al fine di diversificare i rischi.
E’ difficile valutare l’efficacia di strumenti fiscali, soprattutto se indiretti, perché lo si può fare solo considerando un lasso di tempo di medio termine. Tuttavia è possibile affermare che:
· l’analisi costi-benefici degli investimenti deve prendere in considerazione l’aumento del valore di produzione come pure i costi sostenuti dal Ministero delle Finanze
· non c’è un collegamento tra investimenti più elevati attraverso i sistemi di tax shelter e un aumento nella quantità e qualità dei film prodotti e distribuiti
· è necessario un’efficiente sistema bancario
· i produttori devono avere un’adeguata struttura finanziaria che possa sostenere e gestire i vantaggi derivanti dalla liquidità e dalla gestione dei diritti
· devono poter sussistere le condizioni per il reinvesimento dei profitti derivanti dall’investimento in “fondi audiovisivi”, nel settore audiovisivo stesso. Ciò incoraggerebbe gli investitori, ed in particolar modo i distributori, ad investire ed allargare il loro portfolio, riducendo i rischi, attirando un vasto pubblico, e potenziando così l’industria.
In definitiva in Europa i sistemi nazionali tradizionali di finanziamento pubblico al cinema possono causare anche degli effetti negativi. Infatti, il numero di progetti finanziati è in costante aumento e crescono anche i rischi corsi dagli investitori poiché la maggior parte dei film non recuperano i costi. Pertanto è necessario modificare l’approccio all’investimento tenendo presente che spesso i progetti finanziati non rispondono alla domanda del mercato o al rendimento del prodotto sul mercato. Un approccio più “market oriented”, come quello imposto dal Tax Shelter, può rappresentare -se ben attuato- una risposta adeguata in questa direzione.
mercoledì 21 febbraio 2007
Università e Ricerca - Sintesi dell'intervento di Gianni Profita al Convegnodi Intercultura di Roma febbraio 2007

(nella foto un precedente Seminario promosso alla Luiss da Gianni Profita con Maurizio Costanzo)
Gli obiettivi di un buon sistema universitario sono molto semplici da individuare:
1) Generare lavori scientifici di qualità (ricerca)
2) Trasmettere le conoscenze agli studenti
3) Garantire condizioni di equità a tutti gli studenti per l’accesso al sapere
4) Finanziare la “macchina” dell’università in modo da distribuirne gli oneri tra tutti i cittadini secondo le proprie possibilità
L’Università italiana ha fallito tutti gli obiettivi –seppure con l’eccezione rappresentata da alcune isole di eccellenza- e le riforme degli ultimi anni che si sono succedute non hanno introdotto correttivi ma, al contrario, in molti casi hanno peggiorato la situazione. Infatti analizzando sommariamente i punti enunciati:
A) E’ stato molto enfatizzato negli ultimi tre anni il fenomeno della cosiddetta “fuga dei cervelli”. Sono state adottate delle misure normative e di recente se ne è constatato il totale fallimento: nei pochi casi in cui si era riusciti a “riportare” in Italia i ricercatori, dopo pochi mesi spesso questi hanno maturato un brusco ripensamento che li ha indotti a ritornare all’estero. Ma il vero indice della gravità della situazione consiste nel fatto che l’Italia, a sua volta, non attrae nessun ricercatore straniero, chiara prova della scarsa appetibilità del mercato italiano della ricerca che, evidentemente, non concede soddisfazioni né sul piano delle gratificazioni scientifiche (le strutture non sono giudicate tali da mettere il ricercatore in condizione di lavorare nel migliore dei modi), né su quello economico.
Il meccanismo di reclutamento dei dicenti è così chiaramente auto-referenziale che non merita di essere particolarmente commentato. Naturalmente ciò determina direttamente ed indirettamente un abbassamento della qualità della ricerca (e della didattica) non essendo impostato su logiche di competitività e, soprattutto, essendo privo di qualunque concreta forma di controllo di un dignitoso mantenimento di standard qualitativi adeguati. Una volta in cattedra in Italia ci si rimane per la vita. Del resto non esiste un meccanismo di verifica della qualità che non sia gestito da coloro i quali dovrebbero essere oggetto della verifica.
B) Il numero dei laureati in Italia si mantiene ai livelli più bassi dei Paesi occidentali con un tasso di abbandono elevatissimo. La frequenza delle lezioni da parte degli studenti è molto ridotta e il collegamento tra il titolo universitario e lo sbocco professionale è sempre più labile, anche in quelle discipline scientifiche che presenterebbero caratteristiche di specializzazione così elevata da “imporre” precisi percorsi professionali. La ricerca esasperata –in virtù dell’autonomia di cui godono le università- di nuovi corsi di laurea dai titoli tanto altisonanti quanto privi del necessario riscontro da parte della società economica ha creato una fascia vastissima di laureati che non potranno mai trovare uno sbocco naturale rispetto ai propri studi universitari.
Ad aggravare la situazione si è diffuso il fenomeno della proliferazione delle sedi universitarie in piccole città che, teoricamente, sarebbe dovuta servire a far aumentare il numero dei laureati. In realtà ciò ha fatto sì che i giovani residenti in queste cittadine abbiano optato quasi automaticamente per i corsi di laurea in esse disponibili per mere ragioni di comodità logistica. Pertanto nel prossimo futuro avremo migliaia di laureati, ad esempio in “Ingegneria Elettrica per la Realizzazione e la Gestione dei Sistemi Automatizzati “ di Caltanissetta dove, notoriamente, la domanda di figure professionali di questo tipo è elevatissima.
In definitiva la laurea è diventato un titolo di studio “polivalente”, utile ad avere un necessario requisito per l’accesso ai concorsi pubblici e non, dove, oramai, non foss’altro perché c’è bisogno di scremare tra le centinaia di migliaia di potenziali domande per qualche posto di “funzionario di concetto”, si richiede almeno la laurea. Purtroppo si registra una totale assuefazione sociologica a questa realtà che vede i giovani diplomati iscriversi in gran quantità in Università perché –non essendo immediata la possibilità di trovare un lavoro- “intanto” si laureano e “poi si vedrà”. Ciò compota un dispendio di energie e risorse che un Paese moderno non può permettersi. La Riforma del 3+2 avrebbe dovuto snellire la popolazione universitaria facendo fermare alla laurea triennale coloro i quali desideravano rivolgersi rapidamente al mercato del lavoro. Il risultato –peraltro ampiamente prevedibile- è stato quello di allungare i tempi di permanenza in Università per almeno un paio di ragioni: Non erano poi così sotto mano i posti di lavoro per i laureati triennali e, non sapendo che fare, quasi tutti hanno pensato, in attesa di trovare qualcosa da fare, di continuare con la laurea specialistica. Inoltre la percezione che il mercato ha avuto della laurea triennale è stata quella di una laurea di serie “b”. Di sicuro il sistema, però, ha prodotto la moltiplicazioni delle cattedre e delle opportunità di “impiego” nelle Università, A favore, però, come ampiamente dimostrato da centinaia di analisi, di coloro che a vario titolo potevano vantare relazioni privilegiate con chi già deteneva una posizione di rilievo nel sistema.
C) La parità nell’accesso è solo teorica. Chiunque di fatto può iscriversi i Università. Ma chi merita davvero di essere “accudito” finisce per trovarsi in mezzo ad orde di studenti demotivati che –se avessero ottenuto un’occupazione stabile e decorosa- avrebbero volentieri fatto a meno dell’Università. Ne consegue che il giovane con scarsi mezzi rimane impigliato nella rete della università-diplomificio e chi ha i mezzi può pemetersi di trascorere periodi all’estero per apprendere una lingua straniera, frequentare un master, avere percorsi più agevoli per le carriere secondo canali parentali. Numerose ricerche mostrano che i canali di accesso alle professioni tradizionali sono prevalentemente “ereditari” (farmacisti, notai, medici, docenti universitari, ecc.) e negli altri casi scattano comunque canali –per quanto obliqui- di tipo relazionale, confermando, così che la “parità” non è stata mai effettivamente realizzata. La “meritocrazia” è oramai una parola priva di senso, tanto è stata abusata ed aggirata.
D) L’università pubblica che ha un fatturato vicino al 95% dell’intero mondo accademico è finanziata indistintamente dallo Stato attraverso il prelievo fiscale. Ne deriva che a “pagarla” sono tutti allo stesso modo anche se poi non la utilizzano allo stesso modo e, soprattutto, anche se non la “meritano” allo stesso modo. Non vi è alcuna relazione –neanche psicologica- tra le tasse pagate dai cittadini e il servizio che l’Università effettivamente offre. Lo studente non avverte il nesso e non è portato in alcun modo “pretendere” la qualità. Anche perché non ha modelli compartivi di riferimento. Egli considera l’Università un luogo dove alla fine di un certo percorso –più o meno- ad ostacoli otterrà un “pezzo di carta” che ha un valore legale. E sa che con uno sforzo minimo lo otterrà. Non si aspetta affatto che ci sia un nesso logico tra quello che ha studiato e le effettive esigenze del mercato del lavoro. D’altra parte a negare l’esigenza di tale nesso è in gran parte l’intero mondo accademico che ritiene –a torto o a ragione- che l’Università non sia una scuola professionale.
L’ingresso effettivo nel mondo del lavoro da parte dei giovani laureati avviene con un ritardo che va dai 5 (rispetto a molti Paesi europei) ai 10 anni (rispetto agli USA. Ciò significa che la Società economica italiana ha rinunciato -grazie alla conformazione dell’Università- ad un patrimonio inestimabile di intelligenze creative che si concentrano, peraltro, proprio in quegli anni. Per non parlare dell’impatto sul sistema previdenziale: nessuno propone mai di cercare di far lavorare “prima” i giovani, mentre il dibattito sull’insostenibilità della previdenza si limita all’allungamento dell’età pensionabile. Eppure sarebbe molto più facile e produttivo fare il contrario.
Non esiste una “ricetta” unica e definitiva per affrontare tale immane tragedia nazionale: si è parlato di privatizzazione del sistema, di abolizione legale del valore del titolo di studio, di messa a punto di sistemi di valutazione della qualità. In ogni caso la resistenza al cambiamento sarebbe formidabile per il peso esercitato nella politica e nella società da parte di quel mondo accademico che vedrebbe minacciato il proprio status da qualunque incisiva riforma. Un approccio concreto e graduale è rappresentato da una forma di progressiva responsabilizzazione degli Atenei e dell’attribuzione –anch’essa graduale- agli utenti/studenti di un potere di “scelta” e, in definitiva, di sopravvivenza di quegli atenei che produrranno ricerca e didattica adeguata alle necessità di una moderna società post-industriale. Occorrerà, pertanto, sganciare progressivamente il “prodotto” dell’università dal “pezzo di carta” cui è attualmente indissolubilmente legata e agganciarla ad un processo virtuoso di qualità che presume certamente una maggiore selettività nell’accesso. Sarà ovviamente necessario approntare una riforma delle scuole superiori che preveda una logica “consecutio” con l’Università. In questo senso il problema dl “numero chiuso o aperto” non avrà più senso perché per coloro i quali mostreranno di avere un talento il numero dovrà sempre essere aperto, mentre non si potrà certamente parlare di numero chiuso se lo stato deciderà di non mettere a disposizione le proprie limitate risorse di chi, pur potendo esprimersi professionalmente in altro modo, vorrà impegnare le aule universitarie come parcheggio in attesa di un lavoro qualunque.
mercoledì 24 gennaio 2007
Gianni Profita al Polo Universitario di Pomezia : l'industria audiovisiva non può essere disciplinata da norme nazionali

lunedì 26 giugno 2006
Pubblicati dall'European Audiovisual Observatory i dati chiave relativi al mercato televisivo italiano aggiornati al 2006
(vedi Dati chiave relativi al mercato televisivo italiano aggiornati al 2006 http://docs.google.com/ )
sabato 18 febbraio 2006
La Comunità Europea approva la Convenzione dell’UNESCO sulla protezione e la promozione della diversità delle espressioni culturali
Dopo il parere del Parlamento Europeo del 27 Aprile 2006, questa decisione consente all’Europa di depositare il proprio strumento di ratifica presso l’UNESCO e di diventare parte della Convenzione a fianco degli Stati Membri dell’Unione Europea .
giovedì 1 dicembre 2005
Tesi su"L'Europa dei giovani: sovvenzioni e finanziamenti per giovani registi" discussa all'Università La Sapienza col prof. Gianni Profita
giovedì 10 novembre 2005
Il Panorama europeo degli Audiovisivi nuovo libro di Gianni Profita

venerdì 1 luglio 2005
Piano di azione della Coalizione Italiana per la Diversità Culturale, Novembre 2005 - maggio 2007
domenica 12 giugno 2005
Gianni Profita : SIAE E RAI INSIEME PER LA DIVERSITA' CULTURALE

martedì 7 giugno 2005
Il Direttore Generale della Siae Gianni Profita alla Giornata Mondiale della Proprietà Intellettuale
