
(nella foto un precedente Seminario promosso alla Luiss da Gianni Profita con Maurizio Costanzo)
Gli obiettivi di un buon sistema universitario sono molto semplici da individuare:
1) Generare lavori scientifici di qualità (ricerca)
2) Trasmettere le conoscenze agli studenti
3) Garantire condizioni di equità a tutti gli studenti per l’accesso al sapere
4) Finanziare la “macchina” dell’università in modo da distribuirne gli oneri tra tutti i cittadini secondo le proprie possibilità
L’Università italiana ha fallito tutti gli obiettivi –seppure con l’eccezione rappresentata da alcune isole di eccellenza- e le riforme degli ultimi anni che si sono succedute non hanno introdotto correttivi ma, al contrario, in molti casi hanno peggiorato la situazione. Infatti analizzando sommariamente i punti enunciati:
A) E’ stato molto enfatizzato negli ultimi tre anni il fenomeno della cosiddetta “fuga dei cervelli”. Sono state adottate delle misure normative e di recente se ne è constatato il totale fallimento: nei pochi casi in cui si era riusciti a “riportare” in Italia i ricercatori, dopo pochi mesi spesso questi hanno maturato un brusco ripensamento che li ha indotti a ritornare all’estero. Ma il vero indice della gravità della situazione consiste nel fatto che l’Italia, a sua volta, non attrae nessun ricercatore straniero, chiara prova della scarsa appetibilità del mercato italiano della ricerca che, evidentemente, non concede soddisfazioni né sul piano delle gratificazioni scientifiche (le strutture non sono giudicate tali da mettere il ricercatore in condizione di lavorare nel migliore dei modi), né su quello economico.
Il meccanismo di reclutamento dei dicenti è così chiaramente auto-referenziale che non merita di essere particolarmente commentato. Naturalmente ciò determina direttamente ed indirettamente un abbassamento della qualità della ricerca (e della didattica) non essendo impostato su logiche di competitività e, soprattutto, essendo privo di qualunque concreta forma di controllo di un dignitoso mantenimento di standard qualitativi adeguati. Una volta in cattedra in Italia ci si rimane per la vita. Del resto non esiste un meccanismo di verifica della qualità che non sia gestito da coloro i quali dovrebbero essere oggetto della verifica.
B) Il numero dei laureati in Italia si mantiene ai livelli più bassi dei Paesi occidentali con un tasso di abbandono elevatissimo. La frequenza delle lezioni da parte degli studenti è molto ridotta e il collegamento tra il titolo universitario e lo sbocco professionale è sempre più labile, anche in quelle discipline scientifiche che presenterebbero caratteristiche di specializzazione così elevata da “imporre” precisi percorsi professionali. La ricerca esasperata –in virtù dell’autonomia di cui godono le università- di nuovi corsi di laurea dai titoli tanto altisonanti quanto privi del necessario riscontro da parte della società economica ha creato una fascia vastissima di laureati che non potranno mai trovare uno sbocco naturale rispetto ai propri studi universitari.
Ad aggravare la situazione si è diffuso il fenomeno della proliferazione delle sedi universitarie in piccole città che, teoricamente, sarebbe dovuta servire a far aumentare il numero dei laureati. In realtà ciò ha fatto sì che i giovani residenti in queste cittadine abbiano optato quasi automaticamente per i corsi di laurea in esse disponibili per mere ragioni di comodità logistica. Pertanto nel prossimo futuro avremo migliaia di laureati, ad esempio in “Ingegneria Elettrica per la Realizzazione e la Gestione dei Sistemi Automatizzati “ di Caltanissetta dove, notoriamente, la domanda di figure professionali di questo tipo è elevatissima.
In definitiva la laurea è diventato un titolo di studio “polivalente”, utile ad avere un necessario requisito per l’accesso ai concorsi pubblici e non, dove, oramai, non foss’altro perché c’è bisogno di scremare tra le centinaia di migliaia di potenziali domande per qualche posto di “funzionario di concetto”, si richiede almeno la laurea. Purtroppo si registra una totale assuefazione sociologica a questa realtà che vede i giovani diplomati iscriversi in gran quantità in Università perché –non essendo immediata la possibilità di trovare un lavoro- “intanto” si laureano e “poi si vedrà”. Ciò compota un dispendio di energie e risorse che un Paese moderno non può permettersi. La Riforma del 3+2 avrebbe dovuto snellire la popolazione universitaria facendo fermare alla laurea triennale coloro i quali desideravano rivolgersi rapidamente al mercato del lavoro. Il risultato –peraltro ampiamente prevedibile- è stato quello di allungare i tempi di permanenza in Università per almeno un paio di ragioni: Non erano poi così sotto mano i posti di lavoro per i laureati triennali e, non sapendo che fare, quasi tutti hanno pensato, in attesa di trovare qualcosa da fare, di continuare con la laurea specialistica. Inoltre la percezione che il mercato ha avuto della laurea triennale è stata quella di una laurea di serie “b”. Di sicuro il sistema, però, ha prodotto la moltiplicazioni delle cattedre e delle opportunità di “impiego” nelle Università, A favore, però, come ampiamente dimostrato da centinaia di analisi, di coloro che a vario titolo potevano vantare relazioni privilegiate con chi già deteneva una posizione di rilievo nel sistema.
C) La parità nell’accesso è solo teorica. Chiunque di fatto può iscriversi i Università. Ma chi merita davvero di essere “accudito” finisce per trovarsi in mezzo ad orde di studenti demotivati che –se avessero ottenuto un’occupazione stabile e decorosa- avrebbero volentieri fatto a meno dell’Università. Ne consegue che il giovane con scarsi mezzi rimane impigliato nella rete della università-diplomificio e chi ha i mezzi può pemetersi di trascorere periodi all’estero per apprendere una lingua straniera, frequentare un master, avere percorsi più agevoli per le carriere secondo canali parentali. Numerose ricerche mostrano che i canali di accesso alle professioni tradizionali sono prevalentemente “ereditari” (farmacisti, notai, medici, docenti universitari, ecc.) e negli altri casi scattano comunque canali –per quanto obliqui- di tipo relazionale, confermando, così che la “parità” non è stata mai effettivamente realizzata. La “meritocrazia” è oramai una parola priva di senso, tanto è stata abusata ed aggirata.
D) L’università pubblica che ha un fatturato vicino al 95% dell’intero mondo accademico è finanziata indistintamente dallo Stato attraverso il prelievo fiscale. Ne deriva che a “pagarla” sono tutti allo stesso modo anche se poi non la utilizzano allo stesso modo e, soprattutto, anche se non la “meritano” allo stesso modo. Non vi è alcuna relazione –neanche psicologica- tra le tasse pagate dai cittadini e il servizio che l’Università effettivamente offre. Lo studente non avverte il nesso e non è portato in alcun modo “pretendere” la qualità. Anche perché non ha modelli compartivi di riferimento. Egli considera l’Università un luogo dove alla fine di un certo percorso –più o meno- ad ostacoli otterrà un “pezzo di carta” che ha un valore legale. E sa che con uno sforzo minimo lo otterrà. Non si aspetta affatto che ci sia un nesso logico tra quello che ha studiato e le effettive esigenze del mercato del lavoro. D’altra parte a negare l’esigenza di tale nesso è in gran parte l’intero mondo accademico che ritiene –a torto o a ragione- che l’Università non sia una scuola professionale.
L’ingresso effettivo nel mondo del lavoro da parte dei giovani laureati avviene con un ritardo che va dai 5 (rispetto a molti Paesi europei) ai 10 anni (rispetto agli USA. Ciò significa che la Società economica italiana ha rinunciato -grazie alla conformazione dell’Università- ad un patrimonio inestimabile di intelligenze creative che si concentrano, peraltro, proprio in quegli anni. Per non parlare dell’impatto sul sistema previdenziale: nessuno propone mai di cercare di far lavorare “prima” i giovani, mentre il dibattito sull’insostenibilità della previdenza si limita all’allungamento dell’età pensionabile. Eppure sarebbe molto più facile e produttivo fare il contrario.
Non esiste una “ricetta” unica e definitiva per affrontare tale immane tragedia nazionale: si è parlato di privatizzazione del sistema, di abolizione legale del valore del titolo di studio, di messa a punto di sistemi di valutazione della qualità. In ogni caso la resistenza al cambiamento sarebbe formidabile per il peso esercitato nella politica e nella società da parte di quel mondo accademico che vedrebbe minacciato il proprio status da qualunque incisiva riforma. Un approccio concreto e graduale è rappresentato da una forma di progressiva responsabilizzazione degli Atenei e dell’attribuzione –anch’essa graduale- agli utenti/studenti di un potere di “scelta” e, in definitiva, di sopravvivenza di quegli atenei che produrranno ricerca e didattica adeguata alle necessità di una moderna società post-industriale. Occorrerà, pertanto, sganciare progressivamente il “prodotto” dell’università dal “pezzo di carta” cui è attualmente indissolubilmente legata e agganciarla ad un processo virtuoso di qualità che presume certamente una maggiore selettività nell’accesso. Sarà ovviamente necessario approntare una riforma delle scuole superiori che preveda una logica “consecutio” con l’Università. In questo senso il problema dl “numero chiuso o aperto” non avrà più senso perché per coloro i quali mostreranno di avere un talento il numero dovrà sempre essere aperto, mentre non si potrà certamente parlare di numero chiuso se lo stato deciderà di non mettere a disposizione le proprie limitate risorse di chi, pur potendo esprimersi professionalmente in altro modo, vorrà impegnare le aule universitarie come parcheggio in attesa di un lavoro qualunque.