mercoledì 14 novembre 2007

Contesto economico e politico sulla globalizzazione ai fini degli investimenti nel Real Estatedi Gianni Profita

Il cittadino italiano “avverte” un declino economico in atto. Non necessariamente il fenomeno deve riguardarlo da vicino, ma percepisce che il Paese non è più produttivo, che non esistono più i grandi gruppi industriali, che il terziario –su cui l’economia (in particolare quella romana) ha riprosperato dopo la crisi seguita a “tangentopoli”- ha il respiro corto perché semplicemente non ci sono più risorse cui attingere. 
- Il dato della crescita del PIL –mediamente pari a meno della metà della media europea …per non parlare di paesi come la Germania- è eloquente per comprendere che se non si è precipitati in piena recessione è solo grazie alla rete di protezione dell’Euro.
- D’altra parte si ha la sensazione che il fenomeno non appartenga alle normali ciclicità congiunturali poiché il “Sistema Paese” non sembra in grado di trovare in sé stesso le energie e la fiducia necessaria per rilanciare gli investimenti.
- Senza indugiare sulla nota polemica –che questa volta sembra essere molto di più- relativa alla “casta” che, chiusa in sé stessa sta consumando tutto quello che può in una logica di basso impero, la popolazione sembra disorientata e senza vie d’uscita.
- I conti dello Stato appaiono chiaramente in grossa difficoltà e le vagheggiate ipotesi liberiste di diminuzione della pressione fiscale sono ben più che compensate da misure fiscali sempre più incisive e, soprattutto, dai reiterati annunci di inasprimento della lotta all’evasione fiscale che finiscono per ingenerare ulteriore disaffezione nella middle-class che sente di contribuire oltremisura ai noti e gravi sprechi che la classe politica autoreferenziale non mostra di voler o saper contenere.
- Il rapporto tra l’€ e il $ è estremamente generoso e non riflette lo stato di salute dell’economia italiana, quanto quella complessiva europea. In altre parole è come se i cittadini italiani disponessero di un differenziale positivo generato dalla produttività di paesi come la Germania, l’Olanda, ecc.
- In realtà questo ottimo rapporto €/$ è quasi del tutto inutile per il cittadino medio che, nella migliore delle ipotesi, beneficierà di questo rapporto di cambio quando, ad esempio, si troverà ad acquistare a Natale a New York l’ultimo modello di IPod risparmiando oltre il 30% .
- Non è dato di sapere per quanto tempo e in che misura si potrà contare ancora su un tasso così favorevole, ma tutti gli indicatori portano a ritenere che a causa del maggiore impatto della crisi dei subprime la Banca centrale Americana sarà costretta a non alzare i tassi, cosa che, ovviamente, dirotterà i capitali alla ricerca di buone rendite altrove. Verranno così ceduti dollari e l’Euro potrebbe addirittura crescere ancora.
- Nel medio-lungo periodo è fuori discussione che i cosiddetti “fondamentali”, però, facciano la differenza. In USA la flessibilità della gestione del lavoro, la bassa pressione fiscale, l’attitudine all’innovazione (il 90% dei brevetti industriali redditizi è americano), la forza geo-politica che il Paese nel suo insieme è in grado di esprimere, ecc. rimetteranno la congiuntura economica in un trend positivo.
- Altrettanto non si può dire dell’Italia poiché in termini di competitività appare drasticamente tagliata fuori da tutte le correnti di traffico commerciale (anche in quelle turistiche è stata messa in difficoltà – e superata- dalla Spagna e dalla Cina, oltre a segnare il passo con gli USA (favoriti dal cambio), ma anche con la Francia, paesi tradizionalmente molto più attrattivi.
- Operando in modo accorto (e trasparente) è facile tesaurizzare rilevanti vantaggi fiscali.

NOTE
1. Non ci si sofferma qui perché del tutto inconferente con l’argomento del Business Plan sull’impatto dell’Euro forte sui grandi operatori: positivo (per gli acquirenti in $) e negativo per gli esportatori.
2. Il costo di tutti i prodotti Apple è “uguale” sia che vengano venduti in $ negli USA, sia che vengano venduti in € in Europa. Quello che costa, ad esempio, $1369 in USA costa €1369 in Europa.

Il mercato immobiliare di Manhattan di Gianni Profita

In generale New York – e Manhattan in particolare- rappresenta un mercato a parte rispetto al resto degli Stati Uniti.
In queste settimane, ad esempio, il vero e proprio crollo dei valori immobiliari che ha investito tutto il Paese (inclusa Miami) non ha travolto New York.
Dall’analisi di alcuni immobili presi a riferimento nelle varie aree di Manhattan a partire da un periodo precedente alla crisi dei sub prime fino ad oggi (gli ultimi sei mesi circa) è emerso che non di rado il valore degli immobili sia addirittura cresciuto. Si osservino i valori delle vendite relative ad alcuni palazzi scelti tra i “new developments” in varie zone della città:
- Sky House at 11 East 29th Street (Midtown South)
- Riverhouse at 1 River Terrace in Battery Park City
- Trump Park Avenue at 502 Park Avenue in Lenox Hill
- Chelsea Stratus at 101 West 24th Street in Chelsea
- The Avery at 100 Riverside Boulevard in Lincoln Square
- ORION Condominium at 350 West 42nd Street in Clinton

Il dato complessivo è estremamente interessante. Manhattan non sembra risentire della crisi ma non è del tutto vero perché dal dato relativo alla permanenza sul mercato degli immobili si evince che la durata media per il “closing” (la vendita vera e propria) si è allungata di varie settimane. Non si esclude che siano gli stessi broker ad alzare i prezzi si alcuni appartamenti strategici per vendere nel medesimo palazzo altri appartamenti che appariranno, in tal modo, più convenienti.
I dati relativi al “resell” (le vendite “minute”) mostrano, invece più chiaramente che il trend è anche a Manhattan quanto meno in frenata.
La trasparenza negli acquisti e nelle vendite è totale. Per varie ragioni (fiscali, civili, ecc.) i prezzi dichiarati nelle compravendite sono reali. L’accesso al catasto di New York è facilissimo ed è consultabile via internet.
La pressione fiscale -corrispondente alla nostra ICI- può sembrare medio-alta, ma in realtà non lo è perché assorbe tutti gli altri balzelli (come la tassa sui rifiuti) che noi di solito scontiamo a parte. Ciascuna proprietà immobiliare è gravata da questa tassa comunale (RET) che è diversa da quartiere a quartiere e, spesso, da numero civico a numero civico: la municipalità, infatti, stabilisce la RET in funzione dei piani di sviluppo della città e molti nuovi palazzi beneficiano, ad esempio, per 10 anni della Tax Abatment. Dopo di che si sa già a quanto ammonterà nel futuro.
L’altra caratteristica importante ai fini della valutazione delle spese di gestione della proprietà è rappresentata dalle Common Charges (le spese condominiali), in genere alte rispetto agli standard romani ma assolutamente proporzionate per il servizio offerto, molto speso a livello “alberghiero” (concierge, doorman, etc.) .

Il mercato degli affitti
E’ uno dei punti di forza del mercato immobiliare americano.
Il proprietario è molto tutelato e i rischi di insolvenza sono limitatissimi. In tali casi lo “sgombero” dell’appartamento avviene in pochi giorni.
La commissione per l’affitto viene in genere pagata dal “tenant” (affittuario) per un importo del 155 del 1° anno di ffitto).
E’ facile fare una valutazione realistica di quanto possa essere l’affitto mensile di un immobile attraverso la ricognizione dei prezzi di affitto nel medesimo palazzo delle varie unità immobiliari. Questa operazione -tecnicamente difficile in Italia- avviene in pochi minuti via internet consultando uno dei vari siti specializzati.
Da evidenziare che le spese di condominio e l’ICI sono sempre a carico del proprietario, cosa che va tenuta presente nel calcolo della redditività.
Ovviamente, nel tempo, con l’adeguamento dei canoni di locazione agli aumenti di mercato lo yield annuale cresce e tale crescita porta ad un maggior valore di mercato. Il reddito complessivo dell’investimento e’ quindi prodotto da una percentuale legata al reddito locativo ed una percentuale legata alla plusvalenza che si genera con il valore di mercato degli immobili in crescita. Si puo’ facilmente immaginare come un tipico investimento immobiliare, molto conservativo e di medio termine, è veramente improbabile che non generi “yeald” significativi ben al disopra del tasso di inflazione: negli ultimi dieci anni gli investimenti immobiliari hanno reso un 15% di reddito medio annuo … cosa che, però, ha adesso innescato il fenomeno dei subprime.

Il credito per l'acquisto nel real estate a New York, di Gianni Profita


Il sistema bancario americano è molto più flessibile ed è portato a concedere mutui ipotecari con estrema facilità.
La recente crisi dei “subprime” che ha “stretto” le maglie per la concesione del credito ai potenziali acquirenti americani ha paradossalmente creato una situazione molto favorevole per investitori esteri. 
Si consideri che l’anticipo tipico versato dall’acquirente americano è pari al 10% del valore dell’immobile, a fronte della tipologia degli acquisti italiani che “viaggiano” sul 50%. Per non parlare della fascia di utenza che può essere potenzialmente interessata ad investire a New York che, con molta probabilità, è ancora più “liquida”. Da un punto di vista “culturale”, pertanto, un acquirente italiano che deve limitarsi ad anticipare un 30% riterrà il mercato del credito molto “friendly”.
La vera condizione favorevole è rappresentata dal fatto che il semplice versamento del 30% dell’ammontare finale è più che sufficiente per provare la propria affidabilità senza particolare documentazione e con una “pratica” estremamente veloce . La quota per interessi è tutta detraibile.
Infine, il passaggio da una banca ad un’altra, l’eventuale estinzione anticipata o il rifinanziamento in presenza di tassi più convenienti è senza costi e velocissimo.

NOTE 
1. In estrema sintesi le banche hanno concesso crediti garantiti dalle case a persone completamente prive di requisiti di solvibilità. Le banche si sono tutelate rivendendo loro volta i crediti attraverso prodotti finanziari strutturati, mentre i debitori –che contavano su un mercato in perenne e rapida crescita- si trovano nella semplice situazione di rimetterci la proprietà .. che avevano acquistato con soldi non propri. Il “cerino acceso” è finito in mano agli acquirenti dei prodotto finanziari (banche, ma anche semplici risparmiatori di tutto il mondo).
2. Contrariamente al sistema bancario italiano dove bisogna accreditarsi da sè, negli USA è il broker che si attiva per trovare il miglior istituto finanziatore al cliente pur di “chiudere” la compravendita.

Quadro dettagliato dei costi complessivi nel real estate di New York di Gianni Profita

Le principali tasse che ricadono su un investimento immobiliare a New York sono cinque:
1) Transfer tax – viene pagata dall’acquirente solo quando a vendere e’ un promotore (e quindi si tratta di un nuovo palazzo o di un primo frazionamento) – Negli appartamenti acquistati da una rivendita ( ‘preowned’) la tassa e’ pagata dal venditore. L’importo , comprensivo di tassazione locale, statale e federale e’ di circa il 2% e si paga una sola volta
alla stipula.
2) Se il bene compravenduto e’ scambiato a un prezzo uguale o superiore al milione di dollari, alla tassa di trasferimento si aggiunge la ‘ mansion tax ‘ pari all1% del prezzo di vendita; la Mansion tax e’ pagata sempre da chi acquista e si paga una sola volta alla stipula.
3) Tasse locali o Real Estate Tax, note come R.E. Tax (equivalenti dell’ICI): sono pagate semestralmente dal proprietario; il loro importo varia a seconda dell’ampiezza dell’appartamento, del lusso del palazzo, della posizione dello stabile. In alcuni nuovi palazzi – o in palazzi totalmente ristrutturati - e’ possibile usufruire di un abbattimento decennale delle tasse che risultano quindi molto basse (questo abbattimento e’ indicato con il codice 421 A ). In media le tasse immobiliari in un palazzo di lusso variano tra i 90 e i 100$/mq per anno.
4) Tasse sul reddito (Income Tax). Le tasse sul reddito vengono pagate annualmente solo sulle proprieta’ messe a reddito e calcolate deducendo dal reddito lordo (canoni di locazione):
􀂃 tutti gli interessi passivi,
􀂃 un ammortamento pari al 3,7% annuo del costo di acquisto per i primi 27 anni;
􀂃 tutte le spese di gestione, comprese spese condominiali, amministrative, riparazioni correnti, eventuali spese telefoniche, di viaggio, legali, pubblicitarie,
􀂃 tasse locali, etc. –
In genere la somma di tutte le deduzioni rende il reddito imponibile molto basso se non nullo. Su questo (eventuale) reddito imponibile si pagano le tasse sul reddito che variano dal 28% al 37% - In Italia la legge richiede che il reddito imponibile, calcolato secondo la legge fiscale americana, quindi in genere molto limitato, sia denunciato in dichiarazione dei redditi unitamente alle eventuali tasse gia’ pagate negli USA.
5) Tassazione della Plusvalenze (Capital Gain Tax): e’ calcolata sommando al prezzo d’acquisto tutte le spese di acquisto comprese spese legali, eventuali ristrutturazioni, assicurazione di piena proprieta’ ( title insurance), ragionevoli spese legate all’acquisto (ad esempio viaggio aereo e permanenza in hotel durante la fase di ricerca) – e detraendo tutti gli ammortamenti utilizzati. Sulla plusvalenza calcolata come sopra si paga un po’ meno del 30% di tasse salvo avvalersi del ‘like kind exchange 1031’ ovvero salvo acquistare -ovunque negli Stati Uniti- un’altra proprietà simile a quella venduta e di valore non inferiore – in questo caso la tassa e’ rimandata alla vendita successiva; questa possibilita’ puo’ essere usata piu’ di una volta nel tempo; alcuni “fondi immobiliari” noti come TIC (tenancy in common) con reddito abbastanza alto – circa 7% medio – possono essere acquistati per avvalersi della ‘sospensione’ di tassazione. A volte e’ possibile ottenere un prestito bancario garantito e pagato (collateralizzato) dai TIC – ottenendo quindi la liquidita’ che deriverebbe dalla vendita senza pero’ pagare le tasse di plusvalenza fino alla vendita dei TIC.

Le altre spese da considerare all’acquisto sono:
- Spese legali: tipicamente per una residenza tra i $3 e i $5000 (di piu’ per investimenti importanti) NB Quando si acquistano palazzi in costruzione o comunque appena costruiti il compromesso andrà studiato con molta cura ed i costi legali saranno di conseguenza di almeno $ 10,000. 
- Title Insurance (garanzia pagata una tantum sulla piena proprieta’ del bene, libero da ipoteche e vincoli) – la Title insurance non è necessaria, ma consigliabile – ad un costo variabile, a seconda del valore di acquisto, tra’ l’1% e il 0.5% una primaria societa’ assicurativa garantisce la piena proprieta’ ed in caso di problemi si assume l’onere di correggerli o reimborsare all’acquirente l’intero costo d’acquisto.
- Transfer tax e mansion tax : si veda sopra al segmento sulle tassazioni
- Brokers fee: per certe proprieta’ di importo rilevante, in genere interi palazzi e uffici, e’ comune che l’acquirente paghi il suo broker ed il venditore paghi chi lo rappresenta. Le commissioni in tal caso variano tra l’ 1% e il 2% del valore di acquisto e raggiungono il 3% per importi inferiori ai $ 10 milioni.
Chi acquista una singola residenza, di norma non paga alcuna commissione (le commissioni sono pagate dal venditore) 
- Spese legate all’ottenimento della rinuncia al diritto di prelazione del condominio (waiver). Si tratta di processing fees che variano molto a seconda del lusso del palazzo e in genere non superano i $ 3000 pagati una tantum all’acquisto. In genere il costo complessivo si aggira intorno ai $ 1000.
- Registrazione del Mutuo: 2.25% dell’importo del mutuo; i mutui per legge possono essere ripagati in ogni momento senza penale.

Le altre spese da considerare alla vendita sono:
- Spese Legali: come sopra
- Brokers fee: normalmente si tratta del 6% del prezzo di vendita; per importi alti (transazioni commerciali) la commissione viene riconosciuta dal proprietario solo al broker che lo rappresenta in
importi variabili tra l’1% e il 3% mentre il broker che rapresenta l’acquirente sara’ pagato dall’acquirente.
- Capital Gain Tax: si veda sopra il segmento tasse
Ai venditori stranieri lo stato richiede un deposito del 10% del prezzo di vendita che sara’ restituito dopo pochi mesi avendo l’autorita’ verificato il pagamento di tutte le tasse dovute. Spesso l’ avvocato potra’ preparare le carte per tempo in modo che tale deposito possa essere evitato (waived).

Le altre spese da considerare nella gestione sono:
- Gestione condominiale : e’ pagata dal proprietario anche quando l’appartamento e’ locato; il valore dipende dai servizi del palazzo ed in genere comprende riscaldamento, acqua calda, a volte condizionamento, personale assicurazione, etc. Si tratta di cifre importanti rispetto agli importi prevalenti in Italia (possono arrivare anche a $ 10/mq per mese!).
- Gestione personale: puo’ essere conveniente appoggiarsi ad un’agenzia per la gestione del bene. Varie agenzie offrono vari programmi – quello standard prevede $200/mese per un singolo appartamento e comprende il pagamento di tutte le spese, la riscossione delle locazioni, la disponibilita’ locale a risolvere eventuali problemi.
- Real estate Tax (RE TAX) e Income tax : vedi sopra segmento tasse
- Dichiarazione dei redditi: $ 400/anno.

Simulazione sintetica sulla redditività dell'investimento in real estate a New York di Gianni Profita

L’esempio che segue è formulato sulla base di un’ipotesi di acquisto di una proprietà “rilevante” a Manhattan rappresentata da un appartamento tipico di 2 camere da letto e due bagni (l’immobile è veramente esistente ed è attualmente sul mercato): appartamento di 1040 sq ft in vendita a $1.095.000 (pari a meno di €775.000) al 630 First Avenue in Midtown East. piano alto (sopra il 20°), vista sulla città (anche l’Empire), situato nei pressi del palazzo dell’ONU e, quindi, con (provati) potenziali locatari riferibili all’indotto delle Nazioni Unite.

Il costo della RET (ICI) è di $754 al mese (non gode di nessun abbattimento) e le CC (condominio) sono pari a $747. Vanno pertanto calcolate spese fisse “sicure” di circa $1500 al mese.
Il valore medio dell’affitto è di $4500. Al netto delle spese si possono calcolare circa $3000 ($36.000 all’anno) di ricavo pari ad un ROE di circa il 3,5% sul capitale investito.

L’acquirente, nella nostra simulazione, decide di acquistare tramite una LLC (una specie di srl locale) che ha il vantaggio di conferirgli una certa privacy.
Inoltre, potendo (e volendo) disporre in loco di un anticipo del 50% pari a circa $500.000 (€350.000 circa) il mutuo trentennale (all’interesse del 5,75% ) comporterà una rata mensile di circa $3000 che con l’aggiunta delle spese di RET e CC fanno $4500, pari, più o meno, al ricavo derivante dall’affitto. Elemento determinante è quello della “fiscalità” poiché sui redditi derivanti dall’affitto l’acquirente non dovrà pagare alcuna tassa essendo completamente compensabile con le detrazione dovute per gli interessi che si pagano per il mutuo (morgage) e agli altri ammortamenti (è possibile detrarre il 3,7% annuo –per i primi 27 anni- del costo dell’acquisto).

NOTE
1. La tipologia degli appartamenti negli USA è descritta in genere dal numero delle “bedrooms” e dei “bathrooms”.
2. Valutazione effettuata in base agli effettivi tassi praticati al 20 settembre 2007, in discesa, peraltro, a seguito della decisione della FED di abbassare il tasso di sconto.

mercoledì 13 giugno 2007

Gianni Profita sul mercato dell'Arte Contemporanea declinazione del mercato audiovisivo



L'arte contemporanea è misurabile. Almeno in termini di mercato. E, ancora una volta, New York è un termometro eccellente, potendo contare sui "numeri" delle aste di questo maggio del 2007. Le opere degli impressionisti e dell'arte moderna sono state scambiate per un controvalore che ha superato non di molto i 500 milioni di dollari, mentre l'arte contemporanea è stata "battuta" per un ammontare complessivo di circa $ 650 milioni. Il fenomeno Warhol è già fin troppo noto. Ma vale la pena di soffermarsi l'icona Marilyn sulla cui immagine Warhol ha lavorato più volte negli anni. La serie delle 11 immagini che va sotto il nome di "flavoured" con colori come arancio, limone, menta, ecc. ha realizzato quotazioni esponenziali nel tempo che possono essere facilmente ricostruite. Dopo la morte del Warhol, una Marilyn menta è stato venduta (1988) per $332.500 (compresi i diritti d'asta). Dieci anni più tardi il prezzo di aggiudicazione per un Marilyn arancione era di $2.7 milioni. Nel 2001 la stessa Marilyn arancione è costata $3.746 milioni. Nel 2002 un Marilyn lavanda è stato venduto per $4.6 milioni. Nell'autunno del 2006 la Marilyn arancione è stata pagata $16.256 milioni. Anche le Marilyn dipinte nel '64 da Warhol della serie "larger" (40"x40") ha realizzato analoghe performances. In 1989, al culmine della ubriacatura degli anni '80, uno di questi Marilyn (rosso) è stato venduto per $4.07 milioni. Cinque anni più tardi, in mezzo alla recessione economica successiva allo scoppio della bolla speculativa dei titoli internet, è stato rivenduto a $3.632 milioni. Ma nel 1998 il Marilyn arancione è stato battuto a $17.327 milioni a seguito di un'entusiasmante competizione fra i due collezionisti Steve Wynn (il proprietario del recentissimo Wynn Las Vegas Resort) e Samuel Irving Newhouse (Conde Nast) che in quell'occasione se l'è aggiudicato. 
Più interessante l'acquisto dell'architetto Phillip Johnson della Marilyn "oro" nel 1964: $2.000 consegnati direttamente a Warhol. Il sig. Gorvy, direttore del museo cui Johnson ha donato l'opera, è sicuro che se decidesse di rimetterlo sul mercato oggi ne ricaverebbero almeno $60 milioni. 
Un confronto con il mercato finanziario è improponibile ma divertente.
Comprando un Warhol, come Johnson, negli anni 60, avremmo trasformato $2.000 investiti nel 1964 in $60 milioni da riscuotere nel 2007.
Ma il trend non sembra avere cedimenti se si pensa che "Green Car Crash (Green Burning Car)," dipinto da Warhol nel 1963 è stato aggiudicato nell'asta di maggio di New York da Christie's a $71.7 milioni, raddoppiando la stima di pre-vendita e più che quadruplicando i $17.37 milioni pagati a novembre del 2006 per il ritratto di Mao.
Non si pensi, però, che Warhol sia l'unico artista che faccia realizzare plusvalenze così rilevanti. Sempre a maggio di quest'anno David Rockefeller ha venduto il suo Rothko “centro bianco (colore giallo, colore rosa e lavanda su Rosa)" -che il finanziere aveva acquistato direttamente dall'artista per $10.000 nel 1960- ricavandone $65 milioni.
Su tali temi in Italia si discetta in questi giorni in concomitanza della Biennale di Venezia 2007. Molto interessante l'intervista che oggi ha dato al Corriere della Sera Jean Jacques Aillagon, già Ministro della Cultura francese ed attualmente Direttore di Palazzo Grassi, anche se pare che sia stato "richiamato" a Parigi da Sarkozy a presiedere l'Istituto di Versailles.
Ovviamente, gli italiani assistono (© Gianni Profita).

giovedì 19 aprile 2007

Progetto di Legge di Riforma dell'Università

E' stato presentato al Senato della Repubblica un Progetto di legge (N. 1252 - XV Legislatura) dal Titolo "Ordinamento del sistema universitario nazionale - Delega al Governo per l’abolizione del valore legale del diploma di laurea" che sicuramente merita di essere segnalato perchè mette in discussione le fondamenta su cui finora si è basata l'intera impalcatura normativa e strutturale dell'Università italiana. Di seguito si riporta una parte dell'illustrazione iniziale dei presentatori (QUAGLIARIELLO, ASCIUTTI, ALBERTI, CASELLATI, AMATO, CANTONI, MAURO e SACCONI) che è stata intitolata significativamente "Università e competitività dell’Italia":
Nel nostro paese, da ormai troppo tempo,vi è un generale senso di insoddisfazione per come il sistema accademico nazionale e le singole istituzioni universitarie sono governate. Un’insoddisfazione che deriva anche dal modo in cui, dal 1989 ad oggi, sono state realizzate le politiche dell’università, e in particolare quelle sull’autonomia. Troppo spesso il carattere pubblico dell’istituzione universitaria, che dovrebbe essere al servizio dell’interesse nazionale, dell’interesse degli studenti e delle famiglie, è stato confuso (attraverso un’operazione di vera e propria manipolazione ideologica) con la natura statale e burocratica delle strutture universitarie. Troppo spesso la missione autentica del sistema di formazione superiore,che coniuga al suo interno didattica e ricerca scientifica, è stata derubricata in tutela di baronati locali e di corporazioni intoccabili. Le sfide che l’università è chiamata ad affrontare in questi anni e in quelli a venire ormai le impongono di aprirsi al mondo esterno, di diventare più agile e competitiva, di adattarsi rapidamente ai mutamenti della società senza per questo smarrire la sua missione iniziale. La qualità della formazione universitaria è una delle funzioni decisive della competitività dei sistemi economici nazionali, come del resto riconosciuto dall’Agenda di Lisbona,che punta a rendere entro il 2010l’Europa l’area più competitiva del pianeta. In questa prospettiva, la stessa Unione europea chiede ai governi nazionali un’inversione di rotta, ponendo tra gli obiettivi prioritari del processo di integrazione, da qui al traguardo del 2010, l’armonizzazione dei sistemi di istruzione e la creazione di un’area comune per la formazione superiore, che faciliti la mobilità dei membri della comunità accademica sul territorio dell’Unione. A pochi anni dalla scadenza abbiamo di fronte lo scenario sconfortante di istituzioni sottofinanziate, antiquate e superburocratizzate, che stanno penalizzando le generazioni di oggi e rischiano di rovinare le generazioni future; istituzioni che producono pochi laureati e spesso con competenze sorpassate,la cui formazione personale non trova corrispondenza con le esigenze del mondo del lavoro. Il modello da perseguire deve essere in grado di coniugare competitività, alto livello nella qualità degli studi, flessibilità e attenzione alle esigenze del mercato. Si impone perciò un radicale ripensamento. L’indispensabile contributo che l’università deve fornire all’interesse della nazione, la sua funzione sociale, deve essere perseguito attraverso la via della concorrenza, che garantisca ai migliori di emergere, indipendentemente dalla loro condizione economica, e agli atenei italiani di reggere il confronto sul mercato della formazione culturale che, anch’esso, si è globalizzato. In Italia ogni tentativo di riforma è stato boicottato da un sistema nel quale ad avere la meglio sono stati interessi corporativi e antiquati ideologismi. Continua ad essere completamente assente dall’agenda politica di questo Governo un dibattito strategico sul futuro dell’università; si tenta invano di dare risposte parziali e unidirezionali a problemi sistemici. Mentre è giunta l’ora di cambiare rotta. (L'intero progetto di legge è visibile al link http://www.magna-carta.it/docs/DDLUNIVERSITA.pdf )

giovedì 29 marzo 2007

Università: Mussi decreta (28 marzo 2007)

"E siamo sempre “under construction”. L’università ricambia. Il ministro Mussi con i suoi decreti legge sentenzia che:
1) massimo 20 esami per le lauree triennali
2) massimo 12 esami per le lauree magistrali (sarebbe il +2 del 3+2)
3) metà delle docenze affidate a professori di ruolo o ricercatori
Questo per porre un freno al folle proliferare del numero degli esami dei vari corsi di laurea. Un provvedimento saggio, accorto e avveduto. Il problema però è un altro.
L’università ha dovuto fronteggiare una riforma, quella passata, che era nata con lo scopo di rendere più agile il sistma dei corsi di laurea, di consegnare al mondo del lavoro persone laureate dopo solamente 3 anni di studi, in grado di ricoprire un ruolo intermedio tra chi si laureava in 5 anni e chi invece preferiva fermarsi al diploma.
Gli scopi di tutto ciò sono sempre nobili. Peccato che a scopi così nobili non siano susseguiti fatti all’altezza.
36 esami in 3 anni. Non è una cosa possibile.
25 esami in un solo anno. Non è una cosa possibile.
Laurearsi in 3 anni era possibile anche prima. Pochi, infatti, sono a conoscenza dell’esistenza dei vecchi “Diplomi di laurea”. Erano dei corsi strutturati in 3 anni, alternativi alla laurea quinquennale vecchio stampo. Questi tipo di corsi non ebbero successo. La figura intermedia non interessava nessuno. Già qui uno poteva avvertire puzza di bruciato.
Si è passati poi con le successive “nuove” riforme dalle lauree specialistiche alle lauree magistrali. In poco più di due anni si è cambiato nome. Perchè? Avete sentito del famoso percorso a Y? Primo anno uguale per tutti, poi a seconda che uno sceglie di fermarsi ai 3 anni o di proseguire fino ai 5 gli esami da sostenere sono diversi già dal secondo anno? Questo è stato fatto dopo. Infatti in origine, la riforma non distingueva gli esami per i primi 3 anni per chi avesse intenzione di proseguire col +2 e chi invece di fermarsi.
Questi sono tutti i rimasticamenti che si sono avuti anno dopo anno per raggiungere un solo obbiettivo: tornare al vecchio sistema. Si, avete capito bene.
Il nuovo sistema non serve a nulla, piano piano tutti si stanno accorgendo che la vecchia laurea funzionava meglio: più tempo per apprendere, esami più corposi ma meno numerosi, pochi percorsi strutturati in maniera coerente. Gli esamini spezzati non giovano allo studente. Da un vecchio esame ne sono stati ricavati almeno due se non adirittura tre.
E’ chiaro che la frammentazione è stata deleteria per tutti.
Fatto sta che il nuovo decreto sembra riportare sulla corretta via tutto il sistema, ridando all’università un pò del suo vecchio carattere che ormai si stava perdendo, carattere forse un pò obsoleto, ma sicuramente storico e massiccio, contro un leggero spirito “libertino” e imprenditoriale che si è cercato di diffondere con le recenti riforme che male si accompagna alle persone che lavorano nelle nostre università"
(Contributo di Pignolo).

Fonte: http://www.bloggoverno.net/2007/03/28/universita-mussi-decreta/

mercoledì 21 marzo 2007

LA LEVA FISCALE A SOSTEGNO DEL CINEMA - Intervento di Gianni Profita al seminario del GPA marzo 2007

(nella foto l'incontro di Bruxelles degli Esperti dell'Audiovisivo)

Si è da poco riaperto il dibattito sulla ventilata possibilità di introdurre in Italia un sistema di Tax Shelter che sostenga la produzione audiovisiva nazionale. Sulla questione gli interventi degli operatori mostrano un particolare pathos che forse richiede qualche puntualizzazione tecnica. Attualmente il mercato cinematografico europeo è caratterizzato da uno scarso livello di finanziamenti da parte del settore privato a causa della crisi delle tv a pagamento e della diminuzione degli introiti pubblicitari provenienti dalle reti commerciali.
Fino a poco tempo fa le pre-vendite televisive costituivano circa il 30-35% del finanziamento di un film: la riduzione o spesso il venir meno di tali fonti di finanziamento lascia un notevole vuoto che deve essere colmato.
All’interno dei singoli sistemi normativi nazionali a sostegno delle attività cinematografiche sono previste forme di aiuto pubblico da parte di enti territoriali e politiche di sostegno attraverso meccanismi ed agevolazioni di natura fiscale.
Si tratta di sistemi notevolmente diversificati da Stato a Stato. Ciò crea non poche difficoltà soprattutto ai progetti di coproduzione europei, che non devono solo attenersi ai trattati bi-laterali fra gli Stati o alla Convenzione Europea, ma devono anche tentare di armonizzare sistemi di diversa natura.
Malgrado i meccanismi fiscali in Europa siano profondamente diversi tra loro, è possibile individuare delle tipologie comuni in base:
1. ai criteri per ottenere i benefici fiscali prendendo in considerazione la nazionalità del film (UK, B) o le spese territoriali in industria e mano d’opera (Irl; Lxb, B), piuttosto che le spese in “equity” (Germania)
2. ai vantaggi fiscali concessi agli investitori, dal semplice credito d’imposta sugli investimenti (UK, D) a reali benefici di tipo fiscale (Irl)
3. alle clausole di cessione dei diritti che legano gli investitori ai produttori
4. al livello di garanzie che gli investitori esigono dai produttori relativamente ai finanziamenti al film già in produzione, e il livello di rischio degli investitori.
I meccanismi fiscali potranno svolgere un ruolo fondamentale per la crescita e il rafforzamento del mercato audiovisivo sviluppando un approccio coerente dal punto di vista delle norme sulla concorrenza, rivedendo i trattati bilaterali tra gli Stati Membri e introducendo delle clausole di reciproco accesso ai sostegni fiscali degli Stati Membri.
In Europa il finanziamento di opere cinematografiche è fondamentalmente legato ai fondi statali. Questa forma di sostegno attraverso prestiti concessi su base selettiva (valutazione del progetto) o automatica (legata alla performance del film al botteghino), crea delle specificità in termini di strutture finanziarie dei progetti e delle aziende audiovisive, che non devono essere trascurate.
Il mercato finanziario europeo è caratterizzato da una capacità di prestito relativamente limitata a causa di uno scarso livello di competenza delle banca ma anche per il timore di incorrere in errori già fatti in passato.
In questo contesto gli incentivi fiscali per il settore audiovisivo dovrebbero costituire una parte integrante dell’intero sistema finanziario di questa industria.
In vari Stati Membri della UE sono entrati in vigore o sono state proposte forme di incentivazione fiscale per i privati che investono nel settore audiovisivo. Una certa attenzione è stata posta sulla compatibilità di tali misure con le norme europee in materia di singolo mercato e di aiuti statali, ma ciò non esclude che vi possano essere delle distorsioni che possano inibire il mercato.
Affinché le politiche di sostegno all’industria audiovisiva attraverso la leva fiscale abbiano un buon esito, è indispensabile l’esistenza di un’efficiente rete bancaria e finanziaria che fornisca il know-how necessario all’operazione.
In molti Stati Europei è stato introdotto il tax-shelter nell’industria audiovisiva con risultati soddisfacenti in Belgio e Gran Bretagna (dove di recente è stato in parte revocato), ma anche con sostanziali fallimenti nei suoi esiti in Germania e Olanda.
Il tax- shelter nella sua applicazione tecnica è un semplice piano di sgravio fiscale finalizzato ad attirare flussi finanziari in investimenti ad alto rischio. In pratica è un sistema di protezione fiscale che consente all’impresa di investire gli utili detassati nella produzione o distribuzione di nuovi film. Nel settore audiovisivo il tax shelter può essere considerato un aiuto finanziario automatico in quanto l’accesso ai fondi non dipende dalla valutazione del progetto da parte di una commissione, ma basta soddisfare determinati requisiti.
Nelcaso inglese, che può considerarsi paradigmatico, si può operare una distinzione tra:
· TAX CREDITS, vantaggi che interessano direttamente il produttore
· TAX ALLOWANCES, vantaggi di cui gode indirettamente il produttore, attraverso investitori privati.
L’investimento è veicolato da strumenti finanziari (di solito fondi d’investimento) gestiti da un soggetto finanziario (di solito una banca d’investimento). In pratica l’investitore acquista delle azioni del fondo; questo investe denaro in alcuni film in cambio di una percentuale sugli incassi o equity, in base al contributo finanziario dato. Il fondo di solito opera come un fondo comune d’investimento in borsa, attenuando i rischi. L’investitore potrà poi detrarre parte degli investimenti nel fondo dai suoi obblighi fiscali.
Lo sgravio fiscale è previsto sia per le spese effettuate nel paese in cui si trova il fondo, sia per i film aventi la stessa nazionalità del Fondo.
Le banche finanziano l’industria cinematografica attraverso tre mezzi:
a) lo sconto sulle prevendite;
b) equity
c) gap financing (tipo di finanziamento di un film per il quale i diritti di prevendita sul film non coprono il budget).
A differenza del mercato statunitense, per i film europei le banche per lo più vendono sottocosto i contratti dalle prevendite televisive e non forniscono una vera equity o gap financing , a meno che non si tratti di finanziare produzioni statunitensi.
Un’altra differenza tra il mercato europeo e quello statunitense, consiste nell’importanza del sostegno pubblico per il cinema europeo e il finanziamento ai programmi televisivi.
Da sottolineare che nell’ambito del finanziamento al cinema sta assumendo un rilievo sempre maggiore il finanziamento ad un portfolio di film, piuttosto che al singolo film, al fine di diversificare i rischi.
E’ difficile valutare l’efficacia di strumenti fiscali, soprattutto se indiretti, perché lo si può fare solo considerando un lasso di tempo di medio termine. Tuttavia è possibile affermare che:
· l’analisi costi-benefici degli investimenti deve prendere in considerazione l’aumento del valore di produzione come pure i costi sostenuti dal Ministero delle Finanze
· non c’è un collegamento tra investimenti più elevati attraverso i sistemi di tax shelter e un aumento nella quantità e qualità dei film prodotti e distribuiti
· è necessario un’efficiente sistema bancario
· i produttori devono avere un’adeguata struttura finanziaria che possa sostenere e gestire i vantaggi derivanti dalla liquidità e dalla gestione dei diritti
· devono poter sussistere le condizioni per il reinvesimento dei profitti derivanti dall’investimento in “fondi audiovisivi”, nel settore audiovisivo stesso. Ciò incoraggerebbe gli investitori, ed in particolar modo i distributori, ad investire ed allargare il loro portfolio, riducendo i rischi, attirando un vasto pubblico, e potenziando così l’industria.
In definitiva in Europa i sistemi nazionali tradizionali di finanziamento pubblico al cinema possono causare anche degli effetti negativi. Infatti, il numero di progetti finanziati è in costante aumento e crescono anche i rischi corsi dagli investitori poiché la maggior parte dei film non recuperano i costi. Pertanto è necessario modificare l’approccio all’investimento tenendo presente che spesso i progetti finanziati non rispondono alla domanda del mercato o al rendimento del prodotto sul mercato. Un approccio più “market oriented”, come quello imposto dal Tax Shelter, può rappresentare -se ben attuato- una risposta adeguata in questa direzione.

mercoledì 21 febbraio 2007

Università e Ricerca - Sintesi dell'intervento di Gianni Profita al Convegnodi Intercultura di Roma febbraio 2007


(nella foto un precedente Seminario promosso alla Luiss da Gianni Profita con Maurizio Costanzo)

Gli obiettivi di un buon sistema universitario sono molto semplici da individuare:
1) Generare lavori scientifici di qualità (ricerca)
2) Trasmettere le conoscenze agli studenti
3) Garantire condizioni di equità a tutti gli studenti per l’accesso al sapere
4) Finanziare la “macchina” dell’università in modo da distribuirne gli oneri tra tutti i cittadini secondo le proprie possibilità
L’Università italiana ha fallito tutti gli obiettivi –seppure con l’eccezione rappresentata da alcune isole di eccellenza- e le riforme degli ultimi anni che si sono succedute non hanno introdotto correttivi ma, al contrario, in molti casi hanno peggiorato la situazione. Infatti analizzando sommariamente i punti enunciati:
A) E’ stato molto enfatizzato negli ultimi tre anni il fenomeno della cosiddetta “fuga dei cervelli”. Sono state adottate delle misure normative e di recente se ne è constatato il totale fallimento: nei pochi casi in cui si era riusciti a “riportare” in Italia i ricercatori, dopo pochi mesi spesso questi hanno maturato un brusco ripensamento che li ha indotti a ritornare all’estero. Ma il vero indice della gravità della situazione consiste nel fatto che l’Italia, a sua volta, non attrae nessun ricercatore straniero, chiara prova della scarsa appetibilità del mercato italiano della ricerca che, evidentemente, non concede soddisfazioni né sul piano delle gratificazioni scientifiche (le strutture non sono giudicate tali da mettere il ricercatore in condizione di lavorare nel migliore dei modi), né su quello economico.
Il meccanismo di reclutamento dei dicenti è così chiaramente auto-referenziale che non merita di essere particolarmente commentato. Naturalmente ciò determina direttamente ed indirettamente un abbassamento della qualità della ricerca (e della didattica) non essendo impostato su logiche di competitività e, soprattutto, essendo privo di qualunque concreta forma di controllo di un dignitoso mantenimento di standard qualitativi adeguati. Una volta in cattedra in Italia ci si rimane per la vita. Del resto non esiste un meccanismo di verifica della qualità che non sia gestito da coloro i quali dovrebbero essere oggetto della verifica.
B) Il numero dei laureati in Italia si mantiene ai livelli più bassi dei Paesi occidentali con un tasso di abbandono elevatissimo. La frequenza delle lezioni da parte degli studenti è molto ridotta e il collegamento tra il titolo universitario e lo sbocco professionale è sempre più labile, anche in quelle discipline scientifiche che presenterebbero caratteristiche di specializzazione così elevata da “imporre” precisi percorsi professionali. La ricerca esasperata –in virtù dell’autonomia di cui godono le università- di nuovi corsi di laurea dai titoli tanto altisonanti quanto privi del necessario riscontro da parte della società economica ha creato una fascia vastissima di laureati che non potranno mai trovare uno sbocco naturale rispetto ai propri studi universitari.
Ad aggravare la situazione si è diffuso il fenomeno della proliferazione delle sedi universitarie in piccole città che, teoricamente, sarebbe dovuta servire a far aumentare il numero dei laureati. In realtà ciò ha fatto sì che i giovani residenti in queste cittadine abbiano optato quasi automaticamente per i corsi di laurea in esse disponibili per mere ragioni di comodità logistica. Pertanto nel prossimo futuro avremo migliaia di laureati, ad esempio in “Ingegneria Elettrica per la Realizzazione e la Gestione dei Sistemi Automatizzati “ di Caltanissetta dove, notoriamente, la domanda di figure professionali di questo tipo è elevatissima.
In definitiva la laurea è diventato un titolo di studio “polivalente”, utile ad avere un necessario requisito per l’accesso ai concorsi pubblici e non, dove, oramai, non foss’altro perché c’è bisogno di scremare tra le centinaia di migliaia di potenziali domande per qualche posto di “funzionario di concetto”, si richiede almeno la laurea. Purtroppo si registra una totale assuefazione sociologica a questa realtà che vede i giovani diplomati iscriversi in gran quantità in Università perché –non essendo immediata la possibilità di trovare un lavoro- “intanto” si laureano e “poi si vedrà”. Ciò compota un dispendio di energie e risorse che un Paese moderno non può permettersi. La Riforma del 3+2 avrebbe dovuto snellire la popolazione universitaria facendo fermare alla laurea triennale coloro i quali desideravano rivolgersi rapidamente al mercato del lavoro. Il risultato –peraltro ampiamente prevedibile- è stato quello di allungare i tempi di permanenza in Università per almeno un paio di ragioni: Non erano poi così sotto mano i posti di lavoro per i laureati triennali e, non sapendo che fare, quasi tutti hanno pensato, in attesa di trovare qualcosa da fare, di continuare con la laurea specialistica. Inoltre la percezione che il mercato ha avuto della laurea triennale è stata quella di una laurea di serie “b”. Di sicuro il sistema, però, ha prodotto la moltiplicazioni delle cattedre e delle opportunità di “impiego” nelle Università, A favore, però, come ampiamente dimostrato da centinaia di analisi, di coloro che a vario titolo potevano vantare relazioni privilegiate con chi già deteneva una posizione di rilievo nel sistema.
C) La parità nell’accesso è solo teorica. Chiunque di fatto può iscriversi i Università. Ma chi merita davvero di essere “accudito” finisce per trovarsi in mezzo ad orde di studenti demotivati che –se avessero ottenuto un’occupazione stabile e decorosa- avrebbero volentieri fatto a meno dell’Università. Ne consegue che il giovane con scarsi mezzi rimane impigliato nella rete della università-diplomificio e chi ha i mezzi può pemetersi di trascorere periodi all’estero per apprendere una lingua straniera, frequentare un master, avere percorsi più agevoli per le carriere secondo canali parentali. Numerose ricerche mostrano che i canali di accesso alle professioni tradizionali sono prevalentemente “ereditari” (farmacisti, notai, medici, docenti universitari, ecc.) e negli altri casi scattano comunque canali –per quanto obliqui- di tipo relazionale, confermando, così che la “parità” non è stata mai effettivamente realizzata. La “meritocrazia” è oramai una parola priva di senso, tanto è stata abusata ed aggirata.
D) L’università pubblica che ha un fatturato vicino al 95% dell’intero mondo accademico è finanziata indistintamente dallo Stato attraverso il prelievo fiscale. Ne deriva che a “pagarla” sono tutti allo stesso modo anche se poi non la utilizzano allo stesso modo e, soprattutto, anche se non la “meritano” allo stesso modo. Non vi è alcuna relazione –neanche psicologica- tra le tasse pagate dai cittadini e il servizio che l’Università effettivamente offre. Lo studente non avverte il nesso e non è portato in alcun modo “pretendere” la qualità. Anche perché non ha modelli compartivi di riferimento. Egli considera l’Università un luogo dove alla fine di un certo percorso –più o meno- ad ostacoli otterrà un “pezzo di carta” che ha un valore legale. E sa che con uno sforzo minimo lo otterrà. Non si aspetta affatto che ci sia un nesso logico tra quello che ha studiato e le effettive esigenze del mercato del lavoro. D’altra parte a negare l’esigenza di tale nesso è in gran parte l’intero mondo accademico che ritiene –a torto o a ragione- che l’Università non sia una scuola professionale.
L’ingresso effettivo nel mondo del lavoro da parte dei giovani laureati avviene con un ritardo che va dai 5 (rispetto a molti Paesi europei) ai 10 anni (rispetto agli USA. Ciò significa che la Società economica italiana ha rinunciato -grazie alla conformazione dell’Università- ad un patrimonio inestimabile di intelligenze creative che si concentrano, peraltro, proprio in quegli anni. Per non parlare dell’impatto sul sistema previdenziale: nessuno propone mai di cercare di far lavorare “prima” i giovani, mentre il dibattito sull’insostenibilità della previdenza si limita all’allungamento dell’età pensionabile. Eppure sarebbe molto più facile e produttivo fare il contrario.
Non esiste una “ricetta” unica e definitiva per affrontare tale immane tragedia nazionale: si è parlato di privatizzazione del sistema, di abolizione legale del valore del titolo di studio, di messa a punto di sistemi di valutazione della qualità. In ogni caso la resistenza al cambiamento sarebbe formidabile per il peso esercitato nella politica e nella società da parte di quel mondo accademico che vedrebbe minacciato il proprio status da qualunque incisiva riforma. Un approccio concreto e graduale è rappresentato da una forma di progressiva responsabilizzazione degli Atenei e dell’attribuzione –anch’essa graduale- agli utenti/studenti di un potere di “scelta” e, in definitiva, di sopravvivenza di quegli atenei che produrranno ricerca e didattica adeguata alle necessità di una moderna società post-industriale. Occorrerà, pertanto, sganciare progressivamente il “prodotto” dell’università dal “pezzo di carta” cui è attualmente indissolubilmente legata e agganciarla ad un processo virtuoso di qualità che presume certamente una maggiore selettività nell’accesso. Sarà ovviamente necessario approntare una riforma delle scuole superiori che preveda una logica “consecutio” con l’Università. In questo senso il problema dl “numero chiuso o aperto” non avrà più senso perché per coloro i quali mostreranno di avere un talento il numero dovrà sempre essere aperto, mentre non si potrà certamente parlare di numero chiuso se lo stato deciderà di non mettere a disposizione le proprie limitate risorse di chi, pur potendo esprimersi professionalmente in altro modo, vorrà impegnare le aule universitarie come parcheggio in attesa di un lavoro qualunque.

mercoledì 24 gennaio 2007

Gianni Profita al Polo Universitario di Pomezia : l'industria audiovisiva non può essere disciplinata da norme nazionali

Il Seminario ha preso le mosse dai più “vistosi” accadimenti in campo economico-audiovisivo degli ultimi due-tre anni, quali, ad esempio, l’acquisizione di MySpace da parte della News Corp di Murdoch (che controlla fra l'altro Sky) per 580 milioni di dollari, l’acquisizione di YouTube da parte di Google per 1.65 miliardi di dollari, l’acquisizione di Skype da parte di eBay per 2,6 miliardi di dollari (più 1,5 miliardi in bonus), ecc.
L’orizzonte analizzato, ovviamente, non poteva che essere globale. A parte il fatto che, ad esempio, l’imprenditore Murdoch oramai è di casa in Italia, nella sua qualità di proprietario di SKY, è stato evidenziato che il suo peso specifico –in termini di quota del mercato audiovisivo- è oramai misurabile anche attraverso l’Auditel.
Altro elemento -a conforto della tesi sviluppata circa l’esistenza, ineluttabile ed ineludibile, di un mercato di beni immateriali “globale”- è rappresentato dal fatto che il mercato dei contenuti audiovisivi in Italia è “costituito” al 70% da prodotti americani (non solo cinema, ma, ora, soprattutto serie televisive, format e, addirittura, news) per comprendere come non abbia più senso pensare di regolamentare l’industria audiovisiva in chiave esclusivamente nazionale.
Nell’analisi del Prof. Profita è stata sviluppata la tesi secondo cui la famigerata “convergenza digitale” (corollario più recente del “villaggio globale” teorizzato da Marshall Mc Luhan nel lontano 1964) non si era realizzata affatto quando agli inizi degli anni ’90 si pensava che fosse una realtà. Anzi, non è escluso che il “mancato” fenomeno fosse stato in qualche modo alla base dell’inevitabile scoppio della bolla speculativa che in quegli anni si era formata attorno a tutto ciò che avesse a che fare con “internet”.
Invero, si è realizzata adesso quando, oramai, non solo non è più oggetto di dotte disquisizioni sociologiche, ma in un momento in cui sembrano invece prendere il sopravvento localismi economici: si pensi al dibattito sull’”italianità” delle banche, delle compagnie telefoniche o aeree. 
Nel campo audiovisivo, su ben altri versanti, va valutato non solo il caso delle grandi conglomerate internazionali che controllano allo stesso tempo società di produzione, broadcasters e compagnie telefoniche, ma anche ciò che accade in Europa (vedi il caso di “Telefonica” spagnola che controlla –e sta per vendere- la Endemol) e in Italia (si pensi all’ipotesi di accordo tra Fastweb e Sky e Mediaste con Telefonica).
In definitiva la tradizionale griglia che vedeva separati i vari media con le loro declinazioni si sta sgretolando sotto gli occhi di tutti i consumatori. Si pensi alla distinzione tra TV generalista e non, pay e non, etere, cavo, satellite, per non parlare di Tv pubblica e commerciale…tutte categorie destinate a spiegare oramai piccoli pezzi di business nel quale si rischia di non capire più quali sono i reali valori in gioco: la maggior parte del tempo a disposizione dei consumatori è sempre più dedicato agli audiovisivi on demand in televisione e internet che alla televisione, piuttosto che alla passiva fruizione dei palinsesti pre-confezionati. La perdita di spettatori in termini numerici da parte della televisione generalista ne è una conferma immediata.
Considerato, pertanto, che dopo quanto è accaduto negli anni ’90 con miliardi di dollari bruciati da titoli internet che ben presto si sono rivelati poco profittevoli …. e nessuno butta più via i propri soldi, ci deve essere una ragione ben più concreta se Google paga un sito internet che pubblica contenuti audiovisivi più della metà della “generosa” capitalizzazione di borsa ipotizzata circa due anni fa dal direttore generale della RAI quando si parlava di privatizzazione (2,5 miliardi di Euro). 
Il seminario si è proposto di dare contenuto scientifico all’ipotesi che nel giro di pochi anni sarà completamente mutato lo scenario della produzione-distribuzione-fruizione dei contenuti audiovisivi, attraverso il superamento delle tradizionali divisioni tra le aree di mercato tv, telefonia, internet e, soprattutto, con il risultato di una parcellizzazione -sia nella offerta che nella domanda- che rischia di condannare al definitivo declino chi non saprà per tempo adeguarsi.
Anche perché è inevitabile che la globalizzazione del mercato (altra tesi!) nei fatti renderà pressocchè inutili le varie leggi a carattere nazionale (in Italia si pensi alle Gasparri, Gentiloni, etc).