
mercoledì 24 gennaio 2007
Gianni Profita al Polo Universitario di Pomezia : l'industria audiovisiva non può essere disciplinata da norme nazionali

Il Seminario ha preso le mosse dai più “vistosi” accadimenti in campo economico-audiovisivo degli ultimi due-tre anni, quali, ad esempio, l’acquisizione di MySpace da parte della News Corp di Murdoch (che controlla fra l'altro Sky) per 580 milioni di dollari, l’acquisizione di YouTube da parte di Google per 1.65 miliardi di dollari, l’acquisizione di Skype da parte di eBay per 2,6 miliardi di dollari (più 1,5 miliardi in bonus), ecc.
L’orizzonte analizzato, ovviamente, non poteva che essere globale. A parte il fatto che, ad esempio, l’imprenditore Murdoch oramai è di casa in Italia, nella sua qualità di proprietario di SKY, è stato evidenziato che il suo peso specifico –in termini di quota del mercato audiovisivo- è oramai misurabile anche attraverso l’Auditel.
Altro elemento -a conforto della tesi sviluppata circa l’esistenza, ineluttabile ed ineludibile, di un mercato di beni immateriali “globale”- è rappresentato dal fatto che il mercato dei contenuti audiovisivi in Italia è “costituito” al 70% da prodotti americani (non solo cinema, ma, ora, soprattutto serie televisive, format e, addirittura, news) per comprendere come non abbia più senso pensare di regolamentare l’industria audiovisiva in chiave esclusivamente nazionale.
Nell’analisi del Prof. Profita è stata sviluppata la tesi secondo cui la famigerata “convergenza digitale” (corollario più recente del “villaggio globale” teorizzato da Marshall Mc Luhan nel lontano 1964) non si era realizzata affatto quando agli inizi degli anni ’90 si pensava che fosse una realtà. Anzi, non è escluso che il “mancato” fenomeno fosse stato in qualche modo alla base dell’inevitabile scoppio della bolla speculativa che in quegli anni si era formata attorno a tutto ciò che avesse a che fare con “internet”.
Invero, si è realizzata adesso quando, oramai, non solo non è più oggetto di dotte disquisizioni sociologiche, ma in un momento in cui sembrano invece prendere il sopravvento localismi economici: si pensi al dibattito sull’”italianità” delle banche, delle compagnie telefoniche o aeree.
Nel campo audiovisivo, su ben altri versanti, va valutato non solo il caso delle grandi conglomerate internazionali che controllano allo stesso tempo società di produzione, broadcasters e compagnie telefoniche, ma anche ciò che accade in Europa (vedi il caso di “Telefonica” spagnola che controlla –e sta per vendere- la Endemol) e in Italia (si pensi all’ipotesi di accordo tra Fastweb e Sky e Mediaste con Telefonica).
In definitiva la tradizionale griglia che vedeva separati i vari media con le loro declinazioni si sta sgretolando sotto gli occhi di tutti i consumatori. Si pensi alla distinzione tra TV generalista e non, pay e non, etere, cavo, satellite, per non parlare di Tv pubblica e commerciale…tutte categorie destinate a spiegare oramai piccoli pezzi di business nel quale si rischia di non capire più quali sono i reali valori in gioco: la maggior parte del tempo a disposizione dei consumatori è sempre più dedicato agli audiovisivi on demand in televisione e internet che alla televisione, piuttosto che alla passiva fruizione dei palinsesti pre-confezionati. La perdita di spettatori in termini numerici da parte della televisione generalista ne è una conferma immediata.
Considerato, pertanto, che dopo quanto è accaduto negli anni ’90 con miliardi di dollari bruciati da titoli internet che ben presto si sono rivelati poco profittevoli …. e nessuno butta più via i propri soldi, ci deve essere una ragione ben più concreta se Google paga un sito internet che pubblica contenuti audiovisivi più della metà della “generosa” capitalizzazione di borsa ipotizzata circa due anni fa dal direttore generale della RAI quando si parlava di privatizzazione (2,5 miliardi di Euro).
Il seminario si è proposto di dare contenuto scientifico all’ipotesi che nel giro di pochi anni sarà completamente mutato lo scenario della produzione-distribuzione-fruizione dei contenuti audiovisivi, attraverso il superamento delle tradizionali divisioni tra le aree di mercato tv, telefonia, internet e, soprattutto, con il risultato di una parcellizzazione -sia nella offerta che nella domanda- che rischia di condannare al definitivo declino chi non saprà per tempo adeguarsi.
Anche perché è inevitabile che la globalizzazione del mercato (altra tesi!) nei fatti renderà pressocchè inutili le varie leggi a carattere nazionale (in Italia si pensi alle Gasparri, Gentiloni, etc).
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