giovedì 18 dicembre 2003
Gianni Profita interviene al Convegno dell'API (2° parte)
GIANNI PROFITA (intervento a braccio sbobinato):Probabilmente, per molti versi, l'operato del nostro Paese durante il fatidico
semestre in alcuni settori ha generato polemiche.Nonostante ciò mi pare di poter serenamente
affermare che nel settore cinema si sia lavorato bene; abbiamo lavorato tutti insieme in modo
trasversale, con altri Paesi Europei, sviluppando alcune ipotesi di lavori che oggi mi consentono di
poter annunciare che a seguito di Taormina, del Consiglio dei Ministri cui Sandro Silvestri faceva
riferimento, e segnatamente al Gruppo Audiovisivo del 9 di Dicembre, quindi di due giorni fa a
Bruxelles, si è deciso di promuovere un gruppo di lavoro che nasce nell'ambito della presidenza
italiana per organizzare un'assise che si collochi nel solco dell'assise di Parigi - per chi se la ricorda,
quella voluta da Mitterand - quella di Bruxelles del '94 e di Birmingham nel '98: tutti momenti che
hanno caratterizzato delle fasi storiche di svolta.
Quindi mi fa piacere annunciare questa cosa. Anzi, fin d'ora lancio un appello a chi vorrà aiutarci
nel promuovere quest'assise che probabilmente si potrà tenere alla fine del prossimo anno o in
quello successivo. E’ una cosa di cui siamo particolarmente orgogliosi perché ci fa piacere
immaginare di avere un po' il pallino in mano, pallino in mano che è piuttosto scottante e per certi
versi suggestivo in un momento in cui non c'è da essere molto ottimisti.
Raccolgo il testimone lasciatomi da Roberto Barzanti.
Il contesto non è affatto positivo, e credo, senza voler creare allarmismi particolari, che siamo
praticamente in un mare di guai.
L'Europa sta vivendo un momento di trasformazione piuttosto importante; ci stiamo allargando.
Entrano dieci nuovi paesi che hanno una sensibilità diversa rispetto ai temi sui quali noi ormai da
decenni ci interroghiamo, hanno un'industria cinematografica diversa, hanno degli interessi
prioritari diversi. Ed io ho paura che non ci troveremo allineati su questi temi, così come lo siamo
stati quando si è passati da Media 1 a Media 2, o quando si decise di varare la direttiva con gli esiti
che poi sappiamo, ma che comunque raccolse un certo tipo di consenso.
Ho potuto sperimentare questa difficoltà di recente su una questione su cui ho lavorato insieme a
molti di voi, quella relativa al patrimonio, la direttiva sul patrimonio, una risoluzione sul patrimonio
che a me sembrava dovesse essere una cosa molto pacifica: andiamo in Europa semplicemente per
dire: "Il cinema è un patrimonio culturale" - chi la può mettere in discussione questa cosa? - "e
come tale va tutelato, preservato, tramandato per le prossime generazioni". Pensi che qualcuno
possa metterla in discussione?
Per far questo, però, bisogna che tutti insieme lo riconosciamo e stanziamo al bilancio dei soldi per
fare le cineteche, per organizzare i database di questo patrimonio; è necessario che tutti insieme in
Europa scegliamo una soglia minima sotto la quale non andare per conservare questo patrimonio.
Facciamo pure delle scelte che intervengono - seppure marginalmente - nel processo economico,
dicendo che forse è necessario che una copia debba essere legalmente depositata da qualche parte
perché questa copia, facendo parte del patrimonio culturale mondiale – europeo, nel nostro caso -
possa essere poi fruita dalle prossime generazioni.
Su una cosa di così poco conto (si fa per dire di poco conto) ho trovato delle difficoltà incredibili al
Gruppo Audiovisivo, dove sono rappresentati tutti i paesi che tecnicamente ne fanno parte, i quali
dicono che il deposito legale della copia è una cosa di ogni singolo Paese. Infatti, l’ipotesi di un
patrimonio comune europeo è una cosa che disturba parecchio perché altera la concorrenza, perché
interviene nel processo economico dell’imprenditore; insomma, cerchiamo di fare una cosa che sia
un po’ meno invasiva, dicono alcuni paesi.
Non parliamo poi di tutti i paesi entranti, i quali si sono fatti due conti e dicono che, appena entrati
nell’Europa comunitaria, hanno altre priorità.
Nonostante tutto, alla fine siamo riusciti – e credo che sia stato un grande successo – a giungere a
una risoluzione sul patrimonio, ma un po’ al ribasso, diciamo la verità. Ma meglio una risoluzione
patrimoniale al ribasso che nulla in quella circostanza.
Mi sono reso conto che in effetti abbiamo davanti a noi un momento in cui non sarà agevole
ricostruire un insieme di norme, di contesti, di protagonisti, di attori che possano governare a
sostegno dell’industria televisiva, così come è avvenuto paradossalmente nei tre decenni scorsi.
Abbiamo davanti a noi un paio di presidenze. La prima, irlandese, ha già dato il suo programma
culturale, che si caratterizzerà per l’importanza data alla musica, sul cinema non c’è quasi nulla.
Quella successiva è quella olandese. Non mi pare che gli olandesi si siano mai distinti in particolare
per una passione specifica per il sostegno all’industria del cinema. Dopo c’è il Lussemburgo, che
ha dato i natali all’attuale Commissario, ma che obiettivamente non può avere peso politico per
condurre un dibattito tale che possa giungere a una nuova ingegneria di sistema.
Insomma, penso che ci sia di che essere preoccupati.
Insomma, ho la sensazione che a livello comunitario non ci sia in questo momento, e davanti a noi
nei prossimi mesi, un momento di elaborazione politica.
Dovremmo porci alcune domande fondamentali.
Prima domanda, ad esempio: è ancora logico che il sistema audiovisivo sia sostenuto? Noi ce la
siamo già data questa risposta, perché abbiamo lavorato nei mesi scorsi cercando di spostare il
baricentro della ragione giuridica culturale dell’aiuto degli Stati al sistema audiovisivo
dall’accezione culturale che ha un po’ vivacizzato e ha riempito di contenuti l’intervento
dell’Europa e dei vari Stati negli anni scorsi, verso la diversità culturale. Cercando di avere in
questo nostro percorso altri nuovi compagni di cordata abbiamo trovato i canadesi, abbiamo trovato
africani, sudamericani e così via.
Noi ce la siamo dati questa risposta, ma io ho paura che molti paesi, tra i quali ce ne sono alcuni che
entrano adesso in Europa, questa risposta ancora non se la siano data.
La nostra risposta è sicuramente sì, il cinema è cultura; è un patrimonio culturale da tutelare, e
abbiamo tutto il diritto di intervenire per sostenerlo e passarlo alle prossime generazioni.
Detto questo - e dobbiamo ancora essere sicuri che ciò - fra sei mesi, un anno, quando arriveranno
gli altri dieci e poi gli altri due e arriveremo a 27 - diventi di dominio comune - dobbiamo passare
alle altre domande.
Ma quali sono gli strumenti? Dobbiamo immaginare - visto che trattasi di diversità culturale - che la
logica dell’aiuto all’industria del cinema debba essere di tipo federalista o dobbiamo andare verso
un sistema di sostegni che sia sempre più europeo?
Allora, qui c’è quasi una contraddizione in termini, perché se accettiamo l’accezione della diversità
culturale, dobbiamo immaginare che la logica debba essere quella di tipo federalista, perché anche
le Regioni devono avere la possibilità di esprimersi e di tutelare le proprie produzioni.
Se andiamo verso una logica di tipo europeo, anche perché ci è più comodo, dobbiamo ragionare
circa il punto di equilibrio tra l’esigenza di tutelare il patrimonio culturale rappresentato dal cinema
in una logica di diversità culturale; l’esigenza di far crescere un cinema europeo che abbia anche, in
una logica di massima critica economica, la possibilità di poter competere a livello internazionale.
Questo punto di equilibrio è veramente lontano da essere raggiunto.
Andiamo all’Europa - e al fatto che probabilmente ci è comoda in qualche modo, perché spesso
viene richiamata. La si richiama anche a livello politico quando è necessario trovare un consenso
che vada al di là dei confini nazionali, perché non si trovano all’interno del Paese quei consensi
necessari a fare le riforme, vedi la previdenza, ad esempio. Se si trova in Europa un consenso
politico generale sull’esigenza di sostenere l’industria, forse lì dobbiamo individuare gli strumenti.
E andiamo agli strumenti che abbiamo ereditato e che dobbiamo gestire e tramandare. L’unico
strumento che a livello europeo oggi può definirsi in qualche modo maturo, ed è quello che ha
animato spesso i nostri dibattiti, è appunto il piano Media.
I risultati del piano Media sono limitati. Non possiamo dire che dopo 10-15 anni di esperienza di
piano Media si sia affermato un cinema che possa definirsi veramente europeo; il budget del piano
Media è ancora più limitato, perché basta vedere le tassonomie relative ai budget rispettivi dei paesi
confrontati a quello del piano Media, e si continua a capire che l’approccio continua a essere
assolutamente esclusivamente nazionale. Il piano Media si è sviluppato in chiave di tipo sussidiario.
C’è Eurimages. Anch’esso sta vivendo un momento di riflessione circa il dare e avere e sul fatto che
probabilmente c’è sul piano culturale dell’approccio un passo indietro rispetto a quello proprio
originario dello spirito comunitario con cui andiamo lì; comunque il fatto di stare insieme di per sé
ci richiede e ci consente di pagare un prezzo politico che paghiamo volentieri.
Quindi il piano Media sta lì, è scaduto, praticamente, non siamo riusciti neanche a prorogarlo di un
anno per ragioni tecniche; ragioni tecniche peraltro di responsabilità in parte nostra. La proroga di
un solo anno, tra l’altro, è affidata alla presidenza irlandese. Mi auguro che anche col nostro aiuto
ce la facciano ad arrivare al 2006, oltre un baratro totale.
A Taormina abbiamo percepito qualcosa dal discorso di Delmoly circa il nuovo piano Media;
abbiamo cercato di capire qualcosa, ma non ce ne ha dato la possibilità; il nuovo piano Media sarà
presentato tra marzo e aprile. Abbiamo partecipato alle audizioni e così via. Però, siamo sinceri, ,
per parafrasare un noto Parlamentare della maggioranza, non ci aspettiamo che venga fuori un’idea
che sia innovativa, che cambi lo scenario. Sono state sentite le categorie: già lo stesso modo di porre
le domande presenti sul sito, quelle a cui tutti avete risposto, “ha funzionato più il modello selettivo
della distribuzione o quello più automatico?” Cioè, stiamo ancora all’interno di un insieme di
paletti, di principi di modalità di azione che tutto fanno pensare tranne che ci sia un’alzata di genio
costituente che ci faccia andare oltre.
Peraltro, posto che venga fuori un’idea buona, quest’idea si collocherebbe tra marzo ed aprile, cioè
a ridosso delle nuove elezioni europee; con un nuovo Commissario la cui sensibilità sull’argomento
sarà tutta da verificare; con un allargamento che prevederà – questo mi pare ormai acquisito – 25
commissari, quindi con ulteriori frazionamenti di deleghe.
Insomma, non mi pare che ci sia uno scenario sereno attorno a cui lavorare.
I dati economici: un contesto che non è solo quello giuridico istituzionale europeo, c’è anche un
contesto che è economico. Anche quello francamente desta qualche perplessità.
Qualche anno fa ho dato una mano all’altro Governo, cioè a un Ministro del Governo precedente
quando Murdoch si proponeva di entrare nel mercato della televisione a pagamento in Italia. Mi si
potrà smentire, però mi è sembrato che la volontà politica in quella circostanza non fosse quella di
consentire questo ingresso. Il mio suggerimento era di farli entrare, fargli pagare tutto, anticipare la
direttiva TV Senza Frontiere sulle pay-TV. No, la volontà politica in quella circostanza fu: “No,
lasciamo stare, Murdoch...”.
E’ andata a finire che questo è entrato a costo pressoché zero, si è preso tutto in una situazione di
monopolio – non sto dando un giudizio politico, né economico all’operazione, è una constatazione
giornalistica quella che faccio – e naturalmente figuriamoci adesso se siamo in condizione di porre
delle condizioni a Murdoch?
Quindi il contesto economico, oltre a quello istituzionale, e ho fatto solo l’esempio delle pay-TV,
non mi sembra particolarmente incoraggiante.
C’è stato un momento particolarmente interessante a cui abbiamo guardato con molta attenzione. Si
pensava si potessero recuperare quote di mercato perché l’offerta della fruizione era quella che era,
la qualità delle sale era precipitata. Sono stati fatti sforzi immani in questo Paese. Sono entrati pure
capitali stranieri. Adesso addirittura ci sono voci che qualcuno vuole tornarsene a casa, cose che
preoccupano parecchio: il parco sale si è rimodernato; in effetti un aumento c’è stato.
Continuiamo. Sul piano istituzionale, mi viene da piangere. Piano economico, peggio,
semplicemente tragico, e probabilmente non è sulla quota o sul dosaggio tra obbligo di
programmazione e di investimento che ci giochiamo la partita nei prossimi anni, ma è su qualche
scelta di fondo che dobbiamo fare in Europa se dobbiamo immaginare che il cinema possa
continuare a vivere per i prossimi trent’anni con i nostri aiuti di Stato. O, se vogliamo, dobbiamo
inventare qualcos’altro pagando qualche prezzo e individuare una strada che sia drammaticamente
diversa rispetto a quella del passato.
Abbiamo elaborato una tassonomia insieme ai miei colleghi, i vari direttori delle agenzie d’Europa,
in cui si dice, per Paese, quali sono gli aiuti che vengono dati, e attraverso quali strumenti, cioè
aiuto alla produzione, alla distribuzione e così via, e abbiamo cercato anche di individuare e
quantificare quali sono gli aiuti invisibili, penso agli aiuti fiscali, tax shelter e così via. Ve li
risparmio. Sono molto interessanti, ma soprattutto sarebbe molto interessante la riga relativa agli
aiuti provenienti dalle televisioni diretti o indiretti, ma io vedo il dato finale, che è il totale del
denaro che i Governi in Europa mettono a disposizione del cinema: 1 miliardo 776 milioni di euro.
E non riusciamo, con un’iniezione di vitamine di 1 miliardo 776 milioni di euro, non dico a essere
competitivi, ma a sopravvivere?
Vi ringrazio e vi lascio con questo interrogativo.
semestre in alcuni settori ha generato polemiche.Nonostante ciò mi pare di poter serenamente
affermare che nel settore cinema si sia lavorato bene; abbiamo lavorato tutti insieme in modo
trasversale, con altri Paesi Europei, sviluppando alcune ipotesi di lavori che oggi mi consentono di
poter annunciare che a seguito di Taormina, del Consiglio dei Ministri cui Sandro Silvestri faceva
riferimento, e segnatamente al Gruppo Audiovisivo del 9 di Dicembre, quindi di due giorni fa a
Bruxelles, si è deciso di promuovere un gruppo di lavoro che nasce nell'ambito della presidenza
italiana per organizzare un'assise che si collochi nel solco dell'assise di Parigi - per chi se la ricorda,
quella voluta da Mitterand - quella di Bruxelles del '94 e di Birmingham nel '98: tutti momenti che
hanno caratterizzato delle fasi storiche di svolta.
Quindi mi fa piacere annunciare questa cosa. Anzi, fin d'ora lancio un appello a chi vorrà aiutarci
nel promuovere quest'assise che probabilmente si potrà tenere alla fine del prossimo anno o in
quello successivo. E’ una cosa di cui siamo particolarmente orgogliosi perché ci fa piacere
immaginare di avere un po' il pallino in mano, pallino in mano che è piuttosto scottante e per certi
versi suggestivo in un momento in cui non c'è da essere molto ottimisti.
Raccolgo il testimone lasciatomi da Roberto Barzanti.
Il contesto non è affatto positivo, e credo, senza voler creare allarmismi particolari, che siamo
praticamente in un mare di guai.
L'Europa sta vivendo un momento di trasformazione piuttosto importante; ci stiamo allargando.
Entrano dieci nuovi paesi che hanno una sensibilità diversa rispetto ai temi sui quali noi ormai da
decenni ci interroghiamo, hanno un'industria cinematografica diversa, hanno degli interessi
prioritari diversi. Ed io ho paura che non ci troveremo allineati su questi temi, così come lo siamo
stati quando si è passati da Media 1 a Media 2, o quando si decise di varare la direttiva con gli esiti
che poi sappiamo, ma che comunque raccolse un certo tipo di consenso.
Ho potuto sperimentare questa difficoltà di recente su una questione su cui ho lavorato insieme a
molti di voi, quella relativa al patrimonio, la direttiva sul patrimonio, una risoluzione sul patrimonio
che a me sembrava dovesse essere una cosa molto pacifica: andiamo in Europa semplicemente per
dire: "Il cinema è un patrimonio culturale" - chi la può mettere in discussione questa cosa? - "e
come tale va tutelato, preservato, tramandato per le prossime generazioni". Pensi che qualcuno
possa metterla in discussione?
Per far questo, però, bisogna che tutti insieme lo riconosciamo e stanziamo al bilancio dei soldi per
fare le cineteche, per organizzare i database di questo patrimonio; è necessario che tutti insieme in
Europa scegliamo una soglia minima sotto la quale non andare per conservare questo patrimonio.
Facciamo pure delle scelte che intervengono - seppure marginalmente - nel processo economico,
dicendo che forse è necessario che una copia debba essere legalmente depositata da qualche parte
perché questa copia, facendo parte del patrimonio culturale mondiale – europeo, nel nostro caso -
possa essere poi fruita dalle prossime generazioni.
Su una cosa di così poco conto (si fa per dire di poco conto) ho trovato delle difficoltà incredibili al
Gruppo Audiovisivo, dove sono rappresentati tutti i paesi che tecnicamente ne fanno parte, i quali
dicono che il deposito legale della copia è una cosa di ogni singolo Paese. Infatti, l’ipotesi di un
patrimonio comune europeo è una cosa che disturba parecchio perché altera la concorrenza, perché
interviene nel processo economico dell’imprenditore; insomma, cerchiamo di fare una cosa che sia
un po’ meno invasiva, dicono alcuni paesi.
Non parliamo poi di tutti i paesi entranti, i quali si sono fatti due conti e dicono che, appena entrati
nell’Europa comunitaria, hanno altre priorità.
Nonostante tutto, alla fine siamo riusciti – e credo che sia stato un grande successo – a giungere a
una risoluzione sul patrimonio, ma un po’ al ribasso, diciamo la verità. Ma meglio una risoluzione
patrimoniale al ribasso che nulla in quella circostanza.
Mi sono reso conto che in effetti abbiamo davanti a noi un momento in cui non sarà agevole
ricostruire un insieme di norme, di contesti, di protagonisti, di attori che possano governare a
sostegno dell’industria televisiva, così come è avvenuto paradossalmente nei tre decenni scorsi.
Abbiamo davanti a noi un paio di presidenze. La prima, irlandese, ha già dato il suo programma
culturale, che si caratterizzerà per l’importanza data alla musica, sul cinema non c’è quasi nulla.
Quella successiva è quella olandese. Non mi pare che gli olandesi si siano mai distinti in particolare
per una passione specifica per il sostegno all’industria del cinema. Dopo c’è il Lussemburgo, che
ha dato i natali all’attuale Commissario, ma che obiettivamente non può avere peso politico per
condurre un dibattito tale che possa giungere a una nuova ingegneria di sistema.
Insomma, penso che ci sia di che essere preoccupati.
Insomma, ho la sensazione che a livello comunitario non ci sia in questo momento, e davanti a noi
nei prossimi mesi, un momento di elaborazione politica.
Dovremmo porci alcune domande fondamentali.
Prima domanda, ad esempio: è ancora logico che il sistema audiovisivo sia sostenuto? Noi ce la
siamo già data questa risposta, perché abbiamo lavorato nei mesi scorsi cercando di spostare il
baricentro della ragione giuridica culturale dell’aiuto degli Stati al sistema audiovisivo
dall’accezione culturale che ha un po’ vivacizzato e ha riempito di contenuti l’intervento
dell’Europa e dei vari Stati negli anni scorsi, verso la diversità culturale. Cercando di avere in
questo nostro percorso altri nuovi compagni di cordata abbiamo trovato i canadesi, abbiamo trovato
africani, sudamericani e così via.
Noi ce la siamo dati questa risposta, ma io ho paura che molti paesi, tra i quali ce ne sono alcuni che
entrano adesso in Europa, questa risposta ancora non se la siano data.
La nostra risposta è sicuramente sì, il cinema è cultura; è un patrimonio culturale da tutelare, e
abbiamo tutto il diritto di intervenire per sostenerlo e passarlo alle prossime generazioni.
Detto questo - e dobbiamo ancora essere sicuri che ciò - fra sei mesi, un anno, quando arriveranno
gli altri dieci e poi gli altri due e arriveremo a 27 - diventi di dominio comune - dobbiamo passare
alle altre domande.
Ma quali sono gli strumenti? Dobbiamo immaginare - visto che trattasi di diversità culturale - che la
logica dell’aiuto all’industria del cinema debba essere di tipo federalista o dobbiamo andare verso
un sistema di sostegni che sia sempre più europeo?
Allora, qui c’è quasi una contraddizione in termini, perché se accettiamo l’accezione della diversità
culturale, dobbiamo immaginare che la logica debba essere quella di tipo federalista, perché anche
le Regioni devono avere la possibilità di esprimersi e di tutelare le proprie produzioni.
Se andiamo verso una logica di tipo europeo, anche perché ci è più comodo, dobbiamo ragionare
circa il punto di equilibrio tra l’esigenza di tutelare il patrimonio culturale rappresentato dal cinema
in una logica di diversità culturale; l’esigenza di far crescere un cinema europeo che abbia anche, in
una logica di massima critica economica, la possibilità di poter competere a livello internazionale.
Questo punto di equilibrio è veramente lontano da essere raggiunto.
Andiamo all’Europa - e al fatto che probabilmente ci è comoda in qualche modo, perché spesso
viene richiamata. La si richiama anche a livello politico quando è necessario trovare un consenso
che vada al di là dei confini nazionali, perché non si trovano all’interno del Paese quei consensi
necessari a fare le riforme, vedi la previdenza, ad esempio. Se si trova in Europa un consenso
politico generale sull’esigenza di sostenere l’industria, forse lì dobbiamo individuare gli strumenti.
E andiamo agli strumenti che abbiamo ereditato e che dobbiamo gestire e tramandare. L’unico
strumento che a livello europeo oggi può definirsi in qualche modo maturo, ed è quello che ha
animato spesso i nostri dibattiti, è appunto il piano Media.
I risultati del piano Media sono limitati. Non possiamo dire che dopo 10-15 anni di esperienza di
piano Media si sia affermato un cinema che possa definirsi veramente europeo; il budget del piano
Media è ancora più limitato, perché basta vedere le tassonomie relative ai budget rispettivi dei paesi
confrontati a quello del piano Media, e si continua a capire che l’approccio continua a essere
assolutamente esclusivamente nazionale. Il piano Media si è sviluppato in chiave di tipo sussidiario.
C’è Eurimages. Anch’esso sta vivendo un momento di riflessione circa il dare e avere e sul fatto che
probabilmente c’è sul piano culturale dell’approccio un passo indietro rispetto a quello proprio
originario dello spirito comunitario con cui andiamo lì; comunque il fatto di stare insieme di per sé
ci richiede e ci consente di pagare un prezzo politico che paghiamo volentieri.
Quindi il piano Media sta lì, è scaduto, praticamente, non siamo riusciti neanche a prorogarlo di un
anno per ragioni tecniche; ragioni tecniche peraltro di responsabilità in parte nostra. La proroga di
un solo anno, tra l’altro, è affidata alla presidenza irlandese. Mi auguro che anche col nostro aiuto
ce la facciano ad arrivare al 2006, oltre un baratro totale.
A Taormina abbiamo percepito qualcosa dal discorso di Delmoly circa il nuovo piano Media;
abbiamo cercato di capire qualcosa, ma non ce ne ha dato la possibilità; il nuovo piano Media sarà
presentato tra marzo e aprile. Abbiamo partecipato alle audizioni e così via. Però, siamo sinceri, ,
per parafrasare un noto Parlamentare della maggioranza, non ci aspettiamo che venga fuori un’idea
che sia innovativa, che cambi lo scenario. Sono state sentite le categorie: già lo stesso modo di porre
le domande presenti sul sito, quelle a cui tutti avete risposto, “ha funzionato più il modello selettivo
della distribuzione o quello più automatico?” Cioè, stiamo ancora all’interno di un insieme di
paletti, di principi di modalità di azione che tutto fanno pensare tranne che ci sia un’alzata di genio
costituente che ci faccia andare oltre.
Peraltro, posto che venga fuori un’idea buona, quest’idea si collocherebbe tra marzo ed aprile, cioè
a ridosso delle nuove elezioni europee; con un nuovo Commissario la cui sensibilità sull’argomento
sarà tutta da verificare; con un allargamento che prevederà – questo mi pare ormai acquisito – 25
commissari, quindi con ulteriori frazionamenti di deleghe.
Insomma, non mi pare che ci sia uno scenario sereno attorno a cui lavorare.
I dati economici: un contesto che non è solo quello giuridico istituzionale europeo, c’è anche un
contesto che è economico. Anche quello francamente desta qualche perplessità.
Qualche anno fa ho dato una mano all’altro Governo, cioè a un Ministro del Governo precedente
quando Murdoch si proponeva di entrare nel mercato della televisione a pagamento in Italia. Mi si
potrà smentire, però mi è sembrato che la volontà politica in quella circostanza non fosse quella di
consentire questo ingresso. Il mio suggerimento era di farli entrare, fargli pagare tutto, anticipare la
direttiva TV Senza Frontiere sulle pay-TV. No, la volontà politica in quella circostanza fu: “No,
lasciamo stare, Murdoch...”.
E’ andata a finire che questo è entrato a costo pressoché zero, si è preso tutto in una situazione di
monopolio – non sto dando un giudizio politico, né economico all’operazione, è una constatazione
giornalistica quella che faccio – e naturalmente figuriamoci adesso se siamo in condizione di porre
delle condizioni a Murdoch?
Quindi il contesto economico, oltre a quello istituzionale, e ho fatto solo l’esempio delle pay-TV,
non mi sembra particolarmente incoraggiante.
C’è stato un momento particolarmente interessante a cui abbiamo guardato con molta attenzione. Si
pensava si potessero recuperare quote di mercato perché l’offerta della fruizione era quella che era,
la qualità delle sale era precipitata. Sono stati fatti sforzi immani in questo Paese. Sono entrati pure
capitali stranieri. Adesso addirittura ci sono voci che qualcuno vuole tornarsene a casa, cose che
preoccupano parecchio: il parco sale si è rimodernato; in effetti un aumento c’è stato.
Continuiamo. Sul piano istituzionale, mi viene da piangere. Piano economico, peggio,
semplicemente tragico, e probabilmente non è sulla quota o sul dosaggio tra obbligo di
programmazione e di investimento che ci giochiamo la partita nei prossimi anni, ma è su qualche
scelta di fondo che dobbiamo fare in Europa se dobbiamo immaginare che il cinema possa
continuare a vivere per i prossimi trent’anni con i nostri aiuti di Stato. O, se vogliamo, dobbiamo
inventare qualcos’altro pagando qualche prezzo e individuare una strada che sia drammaticamente
diversa rispetto a quella del passato.
Abbiamo elaborato una tassonomia insieme ai miei colleghi, i vari direttori delle agenzie d’Europa,
in cui si dice, per Paese, quali sono gli aiuti che vengono dati, e attraverso quali strumenti, cioè
aiuto alla produzione, alla distribuzione e così via, e abbiamo cercato anche di individuare e
quantificare quali sono gli aiuti invisibili, penso agli aiuti fiscali, tax shelter e così via. Ve li
risparmio. Sono molto interessanti, ma soprattutto sarebbe molto interessante la riga relativa agli
aiuti provenienti dalle televisioni diretti o indiretti, ma io vedo il dato finale, che è il totale del
denaro che i Governi in Europa mettono a disposizione del cinema: 1 miliardo 776 milioni di euro.
E non riusciamo, con un’iniezione di vitamine di 1 miliardo 776 milioni di euro, non dico a essere
competitivi, ma a sopravvivere?
Vi ringrazio e vi lascio con questo interrogativo.