giovedì 18 dicembre 2003

Gianni Profita interviene al Convegno dell'API (3° parte)

GIANNI PROFITA (intervento a braccio sbobinato): Come molti sanno, è vero che ci sono molte risorse economiche su base
regionale in Germania che noi non abbiamo in Italia, però è pur vero che in Germania non c’è un
FUS, cioè lì il Ministro del Cinema non conta niente; sono i Länder che gestiscono le risorse in
buona misura, quindi...
In termini assoluti il nostro Paese probabilmente è tra quelli che più si impegnano nel sostegno al
cinema. Paradossalmente ce n’è uno che ci supera ma nessuno lo dice, ed è il Regno Unito, solo che
lo fa nascondendo la mano dopo aver tirato, perché poi deve fare il liberista e lo fa attraverso il
meccanismo del tax shelter, no?
Però, in generale, diciamo che più o meno i paesi più avvertiti, quelli che da tempo hanno una
cultura di cui il cinema è una componente essenziale, hanno capito che qualcosa bisogna mettere a
bilancio.
Vero è che il FUS è quello da un sacco di tempo; vero è che non è stato rivalutato, vero è che nel
tempo c’è stata una ridistribuzione a favore di altri pezzi della cultura e dello spettacolo dal vivo
ecc., però in linea di massima non si può nascondere che in effetti, rispetto ad altri settori
economici, stando al profilo industriale della tua riflessione, il cinema ha vissuto un momento di
particolare riconoscimento. Ha vissuto in una zona grigia, indistinta, in cui era, sì, un pezzo di
industria, ma allo stesso tempo, essendo cultura, andava fuori dalle logiche del VTO, del GATT, del
commercio internazionale per l’accezione culturale e le sue diversità culturali e così via.
Ciononostante, non siamo riusciti a fare di meglio. Nel nostro Paese devo dire che obiettivamente
c’è condivisione sulla finalità della nuova legge.
Intanto, c’è condivisione sull’analisi del pregresso. Quella di prima non funziona. Non funziona,
basta vedere i tassi di fruizione del cinema italiano, non andavano bene. Vuol dire tutto, ma è un
numero, e su questo c’è condivisione totale, Destra, Sinistra, Centro.
Benissimo. C’è condivisione, ed è una cosa che avverto in un modo quasi paradossale, sul fatto che
bisogna un po’ spostare il baricentro verso il produttore. Pure loro sono d’accordo, cioè il 50% non
lo ha messo in discussione quasi nessuno, cioè che bisogna trovare qualcuno che ci metta un po’ più
di soldi, che lo Stato partecipi ma non come produttore principale ma come produttore accessorio,
cercando di liberare energie imprenditoriali reali, tratte dal tessuto economico. Anche su questo mi
pare che c’è condivisione.
C’è l’esigenza di ragionare sulla distribuzione, che spesso non ha funzionato. Il meccanismo della
distribuzione così com’è concepito oggi, era stato introdotto il meccanismo dicendosi che avendo
finanziato la produzione di film che nessuno vedeva, occorreva finanziare pure la distribuzione. Il
risultato purtroppo è che finanziando pure la distribuzione, se c’era una residua possibilità che
qualcuno facesse uno sforzo perché il film fosse visto, non c’è stata neanche quella.
Venezia era tutta centrata sul tasso di circolazione dei film non nazionali, intendendo con ciò il film
italiano fuori dall’Italia, il film francese fuori dalla Francia e così via: si è giunti alla conclusione
che è bassissimo, e qui l’Europa qualche responsabilità ce l’ha, ma probabilmente ce l’abbiamo noi
Stati nel momento in cui nell’aiutare un determinato tipo di prodotto, l’abbiamo messo in culla,
l’abbiamo accudito, così tanto che non gli abbiamo dato la possibilità di crescere.
Quando parlavo dell’esigenza di cambiare approccio, di immaginare di spostare il baricentro verso
un’idea nuova che faccia maturare questo cinema, ma senza privarlo delle sue connotazioni e delle
sue caratteristiche di fenomeno culturale che ci consente di continuare a sostenerlo, mi riferivo
proprio a questo.
La legge di oggi sicuramente risponde a queste finalità. Sulle modalità, sui tecnicismi, sul come ecc.
si sta discutendo, come voi tutti sapete è complessa la questione, ma la buona volontà sicuramente
c’è. I propositi erano e sono ancora condivisi, mi pare che ci sia pure la totale predisposizione
d’animo del Ministro ad accogliere quei suggerimenti che possono rendere le modalità più
funzionali rispetto agli obiettivi che sono condivisi.
Ciononostante però, continuo a non essere ottimista, perché, posto che si faccia un lavoro
straordinario, non si può più cercare di interpretare il fenomeno, di gestirlo e di guardare al futuro in
una chiave che sia esclusivamente nazionale.