giovedì 18 dicembre 2003
Gianni ProFita interviene al Convegno dell'API (1° parte)
GIANNI PROFITA (intervento a braccio sbobinato: 1° parte): Probabilmente, per molti versi, l'operato del nostro Paese durante il fatidico semestre in alcuni settori ha generato polemiche.Nonostante ciò mi pare di poter serenamente affermare che nel settore cinema si sia lavorato bene; abbiamo lavorato tutti insieme in modo trasversale, con altri Paesi Europei, sviluppando alcune ipotesi di lavori che oggi mi consentono di poter annunciare che a seguito di Taormina, del Consiglio dei Ministri cui Sandro Silvestri faceva riferimento, e segnatamente al Gruppo Audiovisivo del 9 di Dicembre, quindi di due giorni fa a Bruxelles, si è deciso di promuovere un gruppo di lavoro che nasce nell'ambito della presidenza italiana per organizzare un'assise che si collochi nel solco dell'assise di Parigi - per chi se la ricorda, quella voluta da Mitterand - quella di Bruxelles del '94 e di Birmingham nel '98: tutti momenti che hanno caratterizzato delle fasi storiche di svolta. Quindi mi fa piacere annunciare questa cosa. Anzi, fin d'ora lancio un appello a chi vorrà aiutarci nel promuovere quest'assise che probabilmente si potrà tenere alla fine del prossimo anno o in quello successivo. E’ una cosa di cui siamo particolarmente orgogliosi perché ci fa piacere immaginare di avere un po' il pallino in mano, pallino in mano che è piuttosto scottante e per certi versi suggestivo in un momento in cui non c'è da essere molto ottimisti.
Raccolgo il testimone lasciatomi da Roberto Barzanti.
Il contesto non è affatto positivo, e credo, senza voler creare allarmismi particolari, che siamo praticamente in un mare di guai. L'Europa sta vivendo un momento di trasformazione piuttosto importante; ci stiamo allargando. Entrano dieci nuovi paesi che hanno una sensibilità diversa rispetto ai temi sui quali noi ormai da decenni ci interroghiamo, hanno un'industria cinematografica diversa, hanno degli interessi prioritari diversi. Ed io ho paura che non ci troveremo allineati su questi temi, così come lo siamo stati quando si è passati da Media 1 a Media 2, o quando si decise di varare la direttiva con gli esiti che poi sappiamo, ma che comunque raccolse un certo tipo di consenso. Ho potuto sperimentare questa difficoltà di recente su una questione su cui ho lavorato insieme a molti di voi, quella relativa al patrimonio, la direttiva sul patrimonio, una risoluzione sul patrimonio che a me sembrava dovesse essere una cosa molto pacifica: andiamo in Europa semplicemente per dire: "Il cinema è un patrimonio culturale" - chi la può mettere in discussione questa cosa? - "e come tale va tutelato, preservato, tramandato per le prossime generazioni". Pensi che qualcuno possa metterla in discussione? Per far questo, però, bisogna che tutti insieme lo riconosciamo e stanziamo al bilancio dei soldi per fare le cineteche, per organizzare i database di questo patrimonio; è necessario che tutti insieme in Europa scegliamo una soglia minima sotto la quale non andare per conservare questo patrimonio. Facciamo pure delle scelte che intervengono - seppure marginalmente - nel processo economico, dicendo che forse è necessario che una copia debba essere legalmente depositata da qualche parte perché questa copia, facendo parte del patrimonio culturale mondiale – europeo, nel nostro caso - possa essere poi fruita dalle prossime generazioni.
Su una cosa di così poco conto (si fa per dire di poco conto) ho trovato delle difficoltà incredibili al Gruppo Audiovisivo, dove sono rappresentati tutti i paesi che tecnicamente ne fanno parte, i quali dicono che il deposito legale della copia è una cosa di ogni singolo Paese. Infatti, l’ipotesi di un patrimonio comune europeo è una cosa che disturba parecchio perché altera la concorrenza, perché interviene nel processo economico dell’imprenditore; insomma, cerchiamo di fare una cosa che sia un po’ meno invasiva, dicono alcuni paesi.
Non parliamo poi di tutti i paesi entranti, i quali si sono fatti due conti e dicono che, appena entrati nell’Europa comunitaria, hanno altre priorità.
Nonostante tutto, alla fine siamo riusciti – e credo che sia stato un grande successo – a giungere a una risoluzione sul patrimonio, ma un po’ al ribasso, diciamo la verità. Ma meglio una risoluzione patrimoniale al ribasso che nulla in quella circostanza.
Mi sono reso conto che in effetti abbiamo davanti a noi un momento in cui non sarà agevole ricostruire un insieme di norme, di contesti, di protagonisti, di attori che possano governare a sostegno dell’industria televisiva, così come è avvenuto paradossalmente nei tre decenni scorsi.
Abbiamo davanti a noi un paio di presidenze. La prima, irlandese, ha già dato il suo programma culturale, che si caratterizzerà per l’importanza data alla musica, sul cinema non c’è quasi nulla.
Quella successiva è quella olandese. Non mi pare che gli olandesi si siano mai distinti in particolare per una passione specifica per il sostegno all’industria del cinema. Dopo c’è il Lussemburgo, che ha dato i natali all’attuale Commissario, ma che obiettivamente non può avere peso politico per condurre un dibattito tale che possa giungere a una nuova ingegneria di sistema. Insomma, penso che ci sia di che essere preoccupati. Insomma, ho la sensazione che a livello comunitario non ci sia in questo momento, e davanti a noi nei prossimi mesi, un momento di elaborazione politica.
Dovremmo porci alcune domande fondamentali.
Prima domanda, ad esempio: è ancora logico che il sistema audiovisivo sia sostenuto? Noi ce la siamo già data questa risposta, perché abbiamo lavorato nei mesi scorsi cercando di spostare il baricentro della ragione giuridica culturale dell’aiuto degli Stati al sistema audiovisivo dall’accezione culturale che ha un po’ vivacizzato e ha riempito di contenuti l’intervento dell’Europa e dei vari Stati negli anni scorsi, verso la diversità culturale. Cercando di avere in questo nostro percorso altri nuovi compagni di cordata abbiamo trovato i canadesi, abbiamo trovato africani, sudamericani e così via.
Noi ce la siamo dati questa risposta, ma io ho paura che molti paesi, tra i quali ce ne sono alcuni che entrano adesso in Europa, questa risposta ancora non se la siano data.
La nostra risposta è sicuramente sì, il cinema è cultura; è un patrimonio culturale da tutelare, e abbiamo tutto il diritto di intervenire per sostenerlo e passarlo alle prossime generazioni.