domenica 21 marzo 2004

Nuovo libro di Gianni Profita con Prefazione del Ministro Mazzella


PREFAZIONE di Luigi Mazzella al libro di Gianni Profita "L’Europa dei film"
"C’è un'inversione di tendenza. Gli italiani hanno ripreso ad andare al cinema e frequenta le sale, che sono diventate più confortevoli e sono spesso collocate in completi e autonomi luoghi di loisirs. Questi centri richiamano i giovani con la varietà degli spettacoli offerti (cinematografici, televisivi, teatrali, sportivi) ma anche con la opportunità di socializzazione che vi è connessa. Ma se la rinnovata frequenza delle sale ha dato qualche sollievo agli esercenti, la prevalenza, sempre più accentuata del prodotto audiovisivo americano sul grande schermo, continua a dare seri pensieri all’imprenditoria produttiva che nel nostro Paese, a dispetto delle nostre tradizioni di grande creatività artistica, stenta a decollare. L’Industria cinematografica italiana, fortemente voluta a suo tempo dal fascismo, che la dotò di strutture ambiziosamente volte a renderla competitiva con quella hollywoodiana e a farne uno strumento utile di propaganda del regime, protetta paternalisticamente dai governi dell’Italia del dopoguerra, è ancora in attesa di una ripresa veramente soddisfacente. Gli ostacoli al decollo sono di varia natura, ma certamente non sono ad essi estranei fattori che hanno attinenza con il modo, forse errato, di confezionare il prodotto cinematografico italiano. C’è da chiedersi, cioè, se il cinema italiano, così come l’hanno immaginato e creato gli autori in questi ultimi decenni non si sia, nonostante il convinto consenso dei critici, progressivamente allontanato dai gusti del nostro pubblico sempre più orientati, per contrapposizione, verso il cinema statunitense. Certamente il conclamato e talvolta esaltato impegno "partitico" più che "politico" dei nostri autori, anche in ragione della sua astrattezza e
incongruità rispetto alla concreta realtà di un paese che era comunque in via di sviluppo e di progresso economico e sociale, ha distolto l’attenzione degli autori cinematografici dai problemi della gente, dalla sua storia e dalle sue radici, dalle vicende sentimentali ed emotive che alimentano, fuori dalle ideologie, la quotidianità del vivere. Ed ha contribuito ad allontanare dal nostro cinema almeno la metà degli italiani che non condivideva quella sorta di impegno. In altre parole, più che raccontare storie e penetrare psicologicamente i personaggi, il cinema italiano ha creato stereotipi artificiosi utili a supportare tesi ideologiche ed ha disegnato figure caricaturali e macchiettistiche, quando ha voluto, per contrappasso, ostentare comicità e disimpegno. Nella vita politica e amministrativa del Paese, il crollo delle ideologie ha fatto cadere molti schematismi fuorvianti e ha relegato in soffitta i sogni dei rivolgimenti rivoluzionari. Quanto è accaduto nei Paesi dell’Est europeo ha rappresentato una conferma diretta e drammatica delle conseguenze nefaste cui possono condurre non le utopie, sempre comprensibili sul piano umano e psicologico, ma le illusorie certezze di azioni dirette al raggiungimento di società perfette. Ma questo rinnovamento nella vita civile e politica del Paese non sembra avere toccato ancora la creatività dei nostri autori, con l’esclusione di qualche giovane talento. Abbandonate le posizioni "barricadere", apocalittiche, sfiduciate, spesso ciniche, riprendere il dialogo con il pubblico con storie più umane non si sta dimostrando impresa facile. All’impegno politico-partitico si è sostituita una fuga nei ricordi dell’adolescenza. Ne è venuto fuori un cinema minimalista, di piccole e modeste storie giovanili che interessano al più gli spettatori coetanei e/o amici degli Autori. Eppure ritornare alle storie che intrigano il pubblico è condizione necessaria per riconquistare le fasce di spettatori perdute. Dal punto di vista imprenditoriale, poi, la produzione
cinematografica italiana ha bisogno di svilupparsi come una vera e propria industria (come ce ne sono nel settore librario ed in quello delle "fiction" televisive). La ricerca esclusiva del risultato di grande valore artistico e l’ostentato disprezzo per quello definito commerciale, la protezioneesasperata dell’autore, ritenuto e riverito come demiurgo unico e intoccabile del momento creativo di un immaginario che per sua natura necessita del concorso di contributi artistici diversi, possono costituire dei veri ostacoli alla ripresa del cinema italiano. Il nostro legislatore è stato per lunghi decenni indotto dalle lobbies del cinema, sia quella intellettuale che quella imprenditoriale meno coraggiosa, a prevedere misure protezionistiche di stampo autarchico, premi governativi e attestati di qualità, incentivi a iniziative giovanili (e non) di sapore spesso goliardico e di natura quasi sempre velleitaria, connubi ibridi in pletoriche commissioni di grigi burocrati ministeriali, di interessati rappresentanti delle corporazioni o di spesso sedicenti uomini di cultura. Nell’intento di salvare capra e cavoli, di strizzare l’occhio ai produttori e ai distributori, di aiutare gli esercenti delle sale, di compiacere autori e critici, solleticandoli rispettivamente nel loro orgoglio creativo di forte caratterizzazione provinciale ed autarchica più che correttamente "nazionale", la normativa è stata per lunghi anni complice della disfatta del nostro cinema. Oggi le cose stanno cambiando. Il condizionamento di ogni forma di terrorismo culturale e di ogni istanza protezionistica è cessato. L’industria cinematografica può mettersi in grado di confezionare, senza false riserve, prodotti destinati alla vendita più diffusa ed estesa possibile e quindi commerciali, nel senso migliore del termine. La strada imboccata sembra essere quella giusta. Per favorire la creazione di film potenzialmente idonei ad affermazioni sul mercato interno ed internazionale, occorre porre un freno alla commistione nell’attività produttiva di elementi imprenditoriali con altri ad essi estranei e riguardare quella del cinema come ogni altra industria, bisognosa di finanziamenti e di sostegni, di aiuti per l’innovazione tecnologica e per il mantenimento e l’incremento dei livelli occupazionali, di agevolazioni fiscali, di ricerca, di sperimentazione, di strutture e infrastrutture adeguate a porre in Italia un polo produttivo importante, possibilmente di richiamo europeo. Non di altro. Tutto il resto è retaggio di quei miti e di quelle ideologie che in questo settore sono state più dure a morire. Ma se le totalizzanti visioni dei c.d. paladini dell’Arte e della Cultura (con le maiuscole) continuassero a imperversare e ad ostacolare il processo di industrializzazione del settore, il crollo definitivo dell’audiovisivo italiano sarebbe inevitabile a tutto vantaggio di quello di oltre oceano. Ma l’ottimismo può oggi prendere finalmente il sopravvento. Anche in Europa le nazioni hanno elaborato da tempo propri meccanismi di aiuto del tipo di quelli indicati sopra e, come emerge dalla ricerca di Gianni Profita, sembra soffiare un po’ dappertutto una sorta di spirito profondamente riformatore nell’individuazione di tali sostegni. Appare, dunque, di particolare interesse che le informazioni sulle "architetture" normative e le ipotesi migliorative circolino più agevolmente. Lo scambio di riflessioni, di idee e di esperienze, dovrà diventare un modello comportamentale dell’Europa che stiamo costruendo, tanto più alla luce della nuova Costituzione che indica nella cultura il terreno più agevole su cui integrare le differenze e valorizzare le diversità.
In realtà la Commissione Europea ha provato da tempo a definire e promuovere il cinema europeo, ma in modo sempre piuttosto timido e senza avere mai risolto il dilemma di fondo circa la potenziale esistenza di un cinema europeo che possa superare ampiamente la sua vocazione nazionale. In fondo non sembra però un gran male continuare a parlare di cinematografia francese, italiana, spagnola etc. Quel che in ultima analisi conta – e questo sembra certamente il filo conduttore del saggio di Profita – è che ci sia una maggiore consapevolezza da parte degli Stati che il cinema è fatto per essere visto. Senza trascurare le sperimentazioni o le opere prime che meritano certamente un proprio supporto, gli sforzi dei governi devono certamente stimolare una maggiore maturazione imprenditoriale a fronte di una riconosciuta ricchezza d’ispirazione che all’Europa certo non manca. L’intento analitico dell’autore, che ha voluto mettere a disposizione dei suoi studenti uno strumento di compendio, non difetta pertanto di una chiave di lettura, che vede nel cinema, oltre che un ingranaggio non trascurabile del sistema industriale, uno strumento formidabile per l’individuazione dell’identità culturale europea e per la formazione delle sue prossime generazioni".